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domenica 3 maggio 2020

Il decreto-legge sul tracciamento digitale dei contatti: c'è ancora molto da fare

di Enrico Nardelli

È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto-legge 30 aprile 2020 n.28 che contiene all'articolo 6 la norma per l'istituzione del sistema di allerta Covid-19, cioè di «una piattaforma unica nazionale per la gestione del sistema di allerta dei soggetti che, a tal fine, hanno installato, su base volontaria, un'apposita applicazione sui dispositivi di telefonia mobile». Si tratta del sistema per il tracciamento digitale dei contatti di cui molto si è parlato nelle scorse settimane.

Ravviso prima di tutto alcuni elementi di confusione sul reale stato della situazione. Nei giorni passati è stato dato ampio risalto al fatto che il Governo, sulla base delle valutazioni del "Gruppo di lavoro data-driven per l’emergenza COVID-19" nominato dal Ministro per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, aveva già scelto una soluzione per il tracciamento digitale dei contatti. Infatti, il Commissario Straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19 con ordinanza n.10/2020 del 19 aprile 2020 aveva disposto «di procedere alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito con la società Bending Spoons S.p.a.».

Adesso il decreto, senza far alcun riferimento alla suddetta ordinanza né agli esiti del gruppo di lavoro, parla di «istituzione». Questo termine, nella mia interpretazione, sembrerebbe indicare che, a valle del decreto stesso, si dovrebbe procedere alla valutazione ed alla scelta della soluzione tecnico-organizzativa più idonea, che però l'ordinanza ha già scelto. Non essendo un giurista, sarò lieto di apprendere da chi ne sa più di me in quest'ambito.

Ho analizzato il decreto-legge sulla base dei criteri che, descritti da più parti a livello nazionale ed internazionale, sono ritenuti necessari per poter adottare una soluzione di questo genere, che va ad incidere in modo particolarmente rilevante su diritti e libertà fondamentali.

Li avevo riportati sinteticamente in questo mio post e li userò come guida per analizzare il decreto in questione, richiamando in diversi punti l'ottima analisi già sviluppata da Andrea Lisi e Fulvio Sarzana.

  • Un approccio sistemico che tenga conto di tutti gli aspetti della gestione di un'emergenza sanitaria, che non sono solo medici, ma anche organizzativi, sociali e legali, per non parlare di quelli economici: il decreto non ne parla, probabilmente perché vuole essere strettamente tecnico, ma in un caso di questo genere considerare soluzioni tecniche senza un'analisi a 360 gradi rischia di essere miope. Tale punto è stato anche sollevato in modo chiaro e dettagliato nell'analisi sopra citata.
  • Una legislazione ordinaria che precede le misure straordinarie: criterio solo in parte soddisfatto, considerato che il decreto-legge dovrà essere convertito in legge e che in esso viene data un'ampia delega sui modi e tempi del trattamento dei dati raccolti al Ministero della Salute, che non mi pare (non sono un giurista e potrei sbagliarmi) sia fonte di legislazione ordinaria.
  • Un'analisi dell'efficacia della strategia considerata prima della sua effettiva adozione: questa non appare sia stata svolta. Non solo perché non viene descritto come la realizzazione di tale piattaforma e dell'applicazione si coordina con una visione complessiva della gestione dell'emergenza, ma anche perché «gli ulteriori adempimenti necessari alla gestione del sistema di allerta» non vengono dettagliati ma delegati al Ministero della Salute.
  • La valutazione dell'impatto complessivo, soprattutto in termini di relazioni sociali: come già osservato tale valutazione viene rinviata ad un momento successivo, mentre la considerazione dell'impatto sugli aspetti sociali, come analizzato qua, è un elemento assai importante da tener presente.
  • La valutazione dei rischi nel mantenimento della privacy: il decreto contiene la previsione di raccogliere «i dati personali ... esclusivamente ... necessari ad avvisare gli utenti dell'applicazione di rientrare tra i contatti stretti di altri utenti accertati positivi», precisando che «è esclusa in oni caso la geolocalizzazione dei singoli utenti» e che viene garantita «la riservatezza ... dei sistemi e servizi di trattamento nonché misure adeguate ad evitare il rischio di reidentificazione degli interessati», conservando i dati «per il periodo strettamente necessario al trattamento», vietando che siano «trattati per finalità diverse» da quelle previste dal decreto stesso e facendo sì che siano «cancellati in modo automatico alla scadenza del termine». Però, per quanto riguarda il periodo di trattamento si dice (comma 2, sub e) che «la durata è stabilita del Ministero della Salute» quando ritengo che sarebbe stato più opportuno definire tale termine nel decreto stesso. Inoltre, ciò mi pare non sia del tutto coerente con quanto previsto al comma 6: «ogni trattamento dei dati personali effettuato ai sensi del presente articolo è interrotto alla data di cessazione dello stato di emergenza disposto con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020». Infine non vi è una valutazione del rischio che quanto stabilito del decreto possa essere invalidato sia da attacchi intenzionali che da eventi accidentali. Dobbiamo sperare tali rischi verranno analizzati dalla valutazione di impatto promessa.
  • La valutazione del rischio a cui vengono esposti i cittadini: il decreto impone al Ministero della Salute di adottare «misure tecniche e organizzative idonee a garantire un livello di sicurezza adeguato ai rischi elevati per i diritti e le libertà personali». Non è previsto alcun controllo su tali misure né da parte di organismi tecnico-scientifici indipendenti (al di là del Garante della Privacy) né da parte di rappresentanti della società civile. Riconoscere che ci sono «rischi elevati» e non prevedere misure per la loro mitigazione (che sono l'ABC della gestione dei rischi in ogni ambito) non sembra molto lungimirante. Non possiamo che sperare che nella definizione di tali misure sia presente una valutazione di tali rischi, dal momento che le tecnologie (non ancora specificate) che verrano utilizzate per rilevare i «contatti stretti» presentano un elevato grado di vulnerabilità, soprattutto se, come accade di solito, i dispositivi digitali personali non sono tenuti costantemente aggiornati.
  • La definizione di misure di mitigazione del divario digitale che rischia di emarginare le fasce sociali più deboli: non trovo traccia di questi aspetti, a meno che - come per altri punti - non siano demandati alla successiva valutazione di impatto.
  • La trasparenza sulle scelte tecnico-organizzative e sui processi decisionali: sostanzialmente viene tutto delegato al Ministero della Salute in coordinamento con gli altri soggetti rilevanti (sentito il Garante per la privacy), richiedendo solo di «informare periodicamente la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano sullo stato di avanzamento del progetto».
  • Il coinvolgimento dei cittadini a livello di comunicazione: spiegare adeguatamente alle persone cosa si sta facendo e perché, in un caso di questo genere in cui è in gioco la loro privacy è assolutamente necessario, data la volontarietà (giustissima!) dell'utilizzo dell'applicazione e la contemporanea necessità di raggiungere elevati livelli di diffusione nella popolazione per poter avere efficacia. A tal fine la semplice previsione che «gli utenti ricevano, prima dell'attivazione dell'applicazione, informazioni chiare e trasparenti» appare insufficiente, alla luce del comportamento tipico degli utenti all'atto dell'installazione delle applicazioni, che tendenzialmente accettano l'informativa iniziale senza leggerla in detaglio.
  • La necessità di interoperabilità a livello di Unione Europea: non trovo traccia nel decreto di questo requisito, esplicitamente auspicato prima dalla Commissione Europea nella Raccomandazione 2020/518 dell'8 aprile 2020 e poi dal Comitato Europeo per la protezione dei dati, al n.3 delle linee-guida 04/2020 del 21 aprile 2020.

Da un punto di vista più strettamente informatico, il problema fondamentale di tutto l'impianto del decreto-legge è che è stato scritto come se decenni di insuccessi più meno marcati nello sviluppo di sistemi informatici, nella Pubblica Amministrazione e nelle aziende, non fossero mai avvenuti e se fossimo all'anno zero della trasformazione digitale, senza aver capito che quella informatica è un’automazione radicalmente differente da ogni altra e che richiede un approccio diverso.

Viene avviata la realizzazione di un sistema informatico estremamente delicato, sulla base di specifiche non definite (p.es.: quale tecnologia si usa per l'identificazione dei contatti stretti? la valutazione delle condizioni di allerta e la sua effettiva emissione vengono effettuate in modo centralizzato o decentralizzato?) e senza dire niente sul relativo processo di realizzazione. Sono previste fasi di sperimentazione, validazione e valutazione di efficacia? Con che tempi? Dove e come? Non si sa.

E sì che ormai l'ingegneria dei sistemi informatici, anche se non ha ancora raggiunto il livello di solidità dell'ingegneria tradizionale, almeno un paio di principi universalmente condivisi li ha messi a punto: l'approccio iterativo (o "agile", nella terminologia inglese) e il coinvolgimento di tutti i portatori di interessi sono colonne portanti di qualunque approccio alla realizzazione di sistemi informatici che voglia avere buone possibilità di successo. Qui sembrano del tutto ignorate.

Come finirà? I miracoli sono sempre possibili, soprattutto in Italia, ma, alla luce delle esperienze passate, il bene del Paese richiederebbe maggiore attenzione.

mercoledì 29 aprile 2020

Raccomandazioni sulla tecnologia di tracciamento digitale dei contatti nella visione sistemica degli esperti inglesi per uscire dall'emergenza COVID-19

di Enrico Nardelli

In precedenti post ho descritto sia la sintesi generale che le raccomandazioni trasversali presenti nel rapporto dell'Ada Lovelace Institute, che offre un'analisi a 360 gradi delle implicazioni dell'uso della tecnologia per gestire l'uscita dalla fase di emergenza del COVID-19.

In questo post presento più in dettaglio le raccomandazioni di natura tecnologica relative al tracciamento digitale dei contatti. Nel successivo discuterò le raccomandazioni relative agli aspetti tecnologici del controllo dei sintomi e della certificazione dell'immunita.

Osservazione n.1 : Attualmente non ci sono prove sufficienti per sostenere l'uso del tracciamento digitale dei contatti come tecnologia efficace di gestione della pandemia. Prima di utilizzare il tracciamento digitale dei contatti ne devono essere analizzati meglio limiti tecnici, ostacoli alla diffusione e impatto sociale.

Raccomandazione n.1 : Il governo deve istituire un gruppo indipendente di consulenti sulla tecnologia in situazioni di emergenza per supervisionare lo sviluppo e la sperimentazione di qualsiasi app di tracciamento digitale di contatti. Il gruppo di consulenti dovrebbe essere incaricato di decidere quando una tale app è pronta per essere usata, valutando:
  • l'evidenza che determina la necessità del tracciamento digitale dei contatti a supporto di quello manuale;
  • l'ampia disponibilità di test di coronavirus per tutta la popolazione;
  • la possibilità per l'app di ottenere un uso regolare e diffuso in più del 60% della popolazione;
  • la completezza della definizione dell'architettura dei dati su cui è basata l'app.
Il mandato di tale gruppo indipendente di consulenti deve includere la capacità di determinare:
  • i parametri rispetto ai quali l'algoritmo di valutazione del rischio integrato nell'app rileva i contatti e assegna un punteggio di rischio;
  • quali caratteristiche tecniche dovrebbe avere tale app per massimizzare l'utilità dei dati;
  • quali sono le caratteristiche progettuali di tale app per renderla accessibile e garantire il rispetto delle sue istruzioni;
  • quali misure di tutela della privacy tale app deve integrare.

Osservazione n.2 : Se viene approvato l'uso di un'app di tracciamento digitale dei contatti, questa sarà efficace solo se viene utilizzata per integrare e assistere il tracciamento manuale dei contatti (eseguito da professionisti del settore medico sulla base di colloqui con i pazienti) e se viene basata su test diagnostici confermati per il virus.

Raccomandazione n.2 : Non devono essere spostate risorse dal tracciamento manuale dei contatti o dai test diagnostici verso lo sviluppo tecnologico. L'implementazione di un'app di tracciamento digitale dei contatti dovrebbe essere ritardata fino a quando la capacità del sistema di svolgere un adeguato numero di test e di eseguire il tracciamento manuale non sarà stata aumentata in misura sufficiente a soddisfare l'aumento di domanda causato dall'introduzione dell'app. Le capacità di test e di tracciamento manuale devono essere sufficienti a coprire quelle fasce della popolazione che sono escluse dal tracciamento digitale per cause di età, disabilità, vulnerabilità, assenza del dispositivo o carente alfabetizzazione digitale.

Osservazione n.3 : L'efficacia di un'app di tracciamento digitale dei contatti dipenderà da una diffusa fiducia del pubblico, che si traduce in un'ampio utilizzo dell'app.

Raccomandazione n.3 : Al fine di aumentare la fiducia e la sicurezza del pubblico, e di proteggersi contro gli abusi e l'utilizzo per altri fini, è necessaria l'approvazione di una legislazione ordinaria mirante a:
  • definire gli scopi del trattamento dei dati ed i loro limiti;
  • limitare chi ha accesso ai dati e per quale scopo;
  • richiedere la cancellazione dei dati dopo un determinato periodo di tempo, indicando le condizioni di esenzione dalla cancellazione per i dati anonimizzati da utilizzare per la ricerca scientifica;
  • richiedere l'esecuzione, la pubblicazione e l'approvazione da parte del Garante per la protezione dei dati personali di una valutazione d'impatto sulla protezione dei dati per tutte le misure tecniche a sostegno della gestione della crisi;
  • assegnare al Garante per la protezione dei dati personali il compito di sviluppare un codice di condotta relativo al trattamento dei dati nel contesto della gestione della crisi.
La legislazione dovrebbe anche contenere garanzie che rendano illegale l'uso dei dati in violazione delle norme. Tali usi illegali dovrebbero includere:
  • l'uso come prova nella decisione o imposizione di sanzioni in ambito civile o penale;
  • l'uso in procedimenti o decisioni relative a visti e immigrazione;
  • l'uso in procedimenti relativi ai minori o al diritto di famiglia;
  • l'uso in qualsiasi altro tipo di procedimento legale;
  • l'uso per sostenere qualsiasi azione di negazione o revoca di qualunque beneficio pubblico o sociale;
  • la condivisione dei dati con i datori di lavoro o le assicurazioni senza il libero consenso dell'individuo;
  • l'uso da parte di un datore di lavoro per terminare o modificare le condizioni di lavoro o di servizio esistenti;
  • l'uso discriminazioni illegale ai sensi della giurisprudenza corrente.

Osservazione n.4 : Data la mancanza di prove sull'efficacia di un'app di tracciamento digitale dei contatti, non vi è alcuna base per concludere che l'obbligatorietà dell'installazione di una tale app sia una misura necessaria o proporzionata alla situazione . Da un punto di vista pragmatico, è improbabile che imporre l'uso obbligatorio di una tale app sia efficace, realizzabile o goda di un sostegno pubblico.

Raccomandazione n.4 : Se il gruppo indipendente di consulenti raccomanda l'installazione di un'app di tracciamento digitale dei contatti, dovrebbe considerare quali passi il governo potrebbe intraprendere per aumentarne l'utilizzo volontario da parte dei cittadini, attraverso incentivi o aggiornamenti automatici dell'app sui dispositivi degli utenti.


(continuerà a breve con la presentazioni delle raccomandazioni relative agli aspetti tecnologici del controllo dei sintomi e della certificazione dell'immunita)

domenica 26 aprile 2020

Criticità relative al tracciamento digitale dei contatti: una sintesi

di Enrico Nardelli

Ci sono diversi elementi che, a mio giudizio, vengono trascurati in questa o quella discussione sul tracciamento digitale dei contatti in cui nelle ultime settimane tecnici di vari settori si sono lanciati, tra lettere aperte ed accorati appelli, ognuno elaborato dal proprio punto di vista.

Il primo, trasversale e generale, è la necessità di un approccio sistemico che tenga conto di tutti gli aspetti della gestione di un'emergenza sanitaria, che non sono solo medici, ma anche organizzativi, sociali e legali, per non parlare di quelli economici.

Da questo discendono una serie di punti specifici che richiedono attenzione, la cui assenza può far fallire qualsiasi misura si pensi di mettere in campo:
  • L'approvazione di una legislazione ordinaria che preceda le misure straordinarie che vanno ad intaccare diritti primari delle persone, definendone princìpi generali e limitazioni organizzative e temporali. Lo ha ricordato, da ultimo, il Comitato Europeo per la protezione dei dati, al n.31 delle linee-guida 04/2020.
  • L'analisi dell'efficacia della strategia considerata, prima della sua effettiva adozione, soprattutto in termini di costi-benefici. Al momento nessuno sembra averla realizzata. Giustamente qualche Paese, p.es. il Belgio, ha invece deciso che è meglio impiegare le risorse nel tracciamento manuale che in quello digitale automatico.
  • La valutazione dell'impatto complessivo, soprattutto in termini di relazioni sociali. Si veda ad esempio quanto ha scritto il Wall Street Journal sulle conseguenze sociali di una strategia molto aggressiva in Corea del Sud.
  • I tanti rischi nel mantenimento della privacy cui è intrinsecamente soggetto il tracciamento digitale dei contatti.
  • La definizione di misure di mitigazione del divario digitale che rischia di emarginare le fasce sociali più deboli da qualunque misura basata sulla tecnologia digitale o, peggio, rischia di produrre coercizione all'uso (p.es.: braccialetti elettronici)
  • La trasparenza sulle scelte in corso di analisi e sui processi decisionali, accoppiata ad una strategia di comunicazione che sia in grado di coinvolgere i cittadini, tanto più necessaria quanto più si intaccano diritti fondamentali.
  • L'attenzione all'attacco alla privacy, equivalente ad un attacco alla democrazia, che è fatalmente legato a ogni soluzione di tracciamento.
  • Il rischio a cui vengono esposti i cittadini richiedendo loro l'uso di soluzioni basate su tecnologie (tipo Bluetooth) la cui vulnerabilità è ben nota ed è legata in modo essenziale alla necessità di tenere costantemente aggiornati i propri dispositivi (questo è un esempio).
  • La necessità di interoperabilità tra le varie soluzioni tecniche, almeno a livello di Unione Europea, con le conseguenti complicazioni relative agli aggiornamenti delle versioni, esacerbate dall'eventualità di app distribuite.
E quindi?

Quindi, come ha dichiarato una fonte anonima che lavora all'interno del gruppo che si occupa di strategia digitale nel governo francese: «il governo sa che questa app ha bassissime probabilità di essere efficace, ma deve dimostrare che sta facendo qualcosa per metter fine alla quarantena».

Insomma, ci troviamo di fronte a quella "fatequalcosite" in cui si rifugia, in ogni paese, la politica quando è troppo debole per dialogare con i cittadini e riuscire a sintetizzare un bene comune.

sabato 25 aprile 2020

Raccomandazioni trasversali nella visione sistemica degli esperti inglesi per uscire dall'emergenza COVID-19

di Enrico Nardelli

In un precedente post ho presentato le raccomandazioni principali di un rapporto dell'Ada Lovelace Institute recentemente pubblicato nel Regno Unito. Esso offre un'eccellente analisi delle implicazioni dell'uso della tecnologia per gestire l'uscita dalla fase di emergenza del COVID-19, dal momento che considera tutte le dimensioni rilevanti per questo scopo.

In questo post presento più in dettaglio le raccomandazioni di natura trasversale. Nei successivi discuterò le raccomandazioni relative ai vari aspetti tecnologici.

Osservazione n.1 : Le tecnologie basate sui dati possono essere strumenti efficaci per supportare qualsiasi strategia per uscire dall'emergenza, ma non sostituiscono la politica. Tali tecnologie devono far parte di strategie sistemiche di gestione della sanità pubblica e di altre iniziative di risposta alle pandemie; in assenza di evidenze non possono e non devono sostituire altri metodi collaudati.

Raccomandazione n.1 : Il governo deve essere trasparente sulle soluzioni tecnologiche che sta sviluppando. Esse devono integrare, piuttosto che sostituire, le iniziative sanitarie di risposta alla pandemia in corso. Devono essere fondate su una strategia globale per uscire dalla crisi, che il governo dovrebbe sviluppare, pubblicare e invitare l'opinione pubblica ad esaminare.

Osservazione n.2 : Interventi efficaci basati sulla tecnologia tengono conto della dimensione sociale della tecnologia e del suo impatto sociale, sono progettati con il contributo e il coinvolgimento delle persone in tutta gli strati sociali e sono monitorati ed esaminati per valutare il loro impatto sociale sugli individui e sulle comunità.

Raccomandazione n.2 : Il governo deve ampliare la gamma di attori coinvolti nel processo decisionale relativo alla crisi COVID-19 al di là degli organi consultivi scientifici. Dovrebbe essere istituito un gruppo indipendente di consulenti sulla tecnologia in situazioni di emergenza per affiancare il gruppo di consulenza scientifica per le emergenze, con il compito di esaminare le evidenze su cui basare gli interventi tecnici, formulare raccomandazioni per il loro dispiegamento e supervisionare il loro impatto. Il gruppo di consulenti dovrebbe essere diversificato e rappresentativo, ed includere esperti in dati e tecnologia, scienze sociali e umanistiche, e rappresentanti dei gruppi vulnerabili, della società civile e delle autorità locali. Le sue delibere e i suoi risultati dovrebbero essere resi pubblici.

Osservazione n.3 : C'è un rischio reale che l'espansione dell'intrusione dello Stato nella vita degli individui che si verifica durante le emergenze perduri al di là del periodo iniziale di crisi. Le infrastrutture tecniche e legali costruite durante questa pandemia possono essere difficili da smantellare una volta superata la crisi, a meno che non siano state disposte in anticipo adeguate clausole di salvaguardia. Il settore tecnologico può aiutare a risolvere problemi difficili attraverso innovazioni di avanguardia, ma quando si delega la politica sanitaria pubblica a fornitori privati (da soli o in collaborazione col pubblico) ne risulta un deficit di democrazia.

Raccomandazione n.3 : Le clausole di decadenza legale e tecnica devono essere integrate nella progettazione degli strumenti tecnologici. È necessario definire preventivamente una legislazione ordinaria che regoli come gli attori del settore pubblico e privato usano la tecnologia digitale per gestire dati digitali. Va incoraggiata la protezione dei dati fin dalla progettazione delle soluzioni tecniche (privacy by design) e alla base di tali soluzioni devono essere scelti protocolli che tutelano la privacy.

Osservazione n.4 : Un efficace impiego della tecnologia per sostenere l'uscita dall'emergenza dipenderà da una diffusa fiducia dei cittadini negli interventi.

Raccomandazione n.4 : Il governo deve essere trasparente sulle misure tecniche che sta considerando prima del loro effettivo impiego. Gli interventi tecnici non dovrebbero essere attuati fino a quando il gruppo indipendente di consulenti per la tecnologia nelle emergenze non avrà esaminato le evidenze per il loro utilizzo, valutato il loro probabile impatto e raccomandato il loro dispiegamento. Occorre incoraggiare un dibattito aperto e un esame approfondito per aumentare la fiducia dell'opinione pubblica e sensibilizzarla sulla complessità delle questioni.

Osservazione n.5 : Mentre ci si muove verso l'uscita dalla crisi, il governo dovrebbe capire come mantenere il processo decisionale al passo con il suo controllo e la sua valutazione in tempo reale da parte dei gruppi di consulenti indipendenti.

Raccomandazione n.5 : Dovrebbe essere istituito un meccanismo di supervisione indipendente che guidi il controllo in tempo reale sulla formulazione delle politiche e sul processo decisionale del governo. C'è un'iniziativa di controllo in tempo reale in corso in Scozia, dove la polizia scozzese ha nominato John Scott QC per dirigere un comitato di controllo sull'uso da parte della polizia dei suoi poteri. Questo tipo di modello potrebbe essere applicato in altri settori, e potrebbe essere essenziale per avere responsabilità e supervisione sull'uso della tecnologia e dei dati.

(continuerà a breve con la presentazioni delle raccomandazioni relative agli aspetti tecnologici)

giovedì 23 aprile 2020

La visione sistemica degli esperti inglesi per uscire dall'emergenza COVID-19

di Enrico Nardelli

Nel Regno Unito è stato recentemente pubblicato un rapporto dell'Ada Lovelace Institute che ritengo (e non solo io) la migliore analisi delle implicazioni dell'uso della tecnologia per gestire l'uscita dalla fase di emergenza del COVID-19, dal momento che considera tutte le dimensioni rilevanti per questo scopo.

Ritengo utile al dibattito, che anche in Italia si sta svolgendo su questi temi, fornirne una presentazione in Italiano, iniziando da quanto riportato sul relativo sito.

Il rapporto contiene i risultati di un esame basato sulle evidenze degli aspetti tecnici e delle implicazioni sociali dell'uso della tecnologia digitale per gestire l'uscita dalla quarantena del COVID-19. L'intento è aiutare i governi nella scelta delle soluzioni da adottare in questa fase.

Il rapporto considera tre tecnologie:
  • tracciamento digitale dei contatti
  • app per il controllo dei sintomi
  • certificazione dell'immunità
e fornisce raccomandazioni pragmatiche per supportare politiche ben informate in risposta alla crisi. È il risultato del contributo di oltre venti esperti provenienti da una vasta gamma di settori, tra cui tecnologia, politica, diritti umani e protezione dei dati, sanità pubblica, medicina clinica, scienza comportamentale, informatica, filosofia, sociologia e antropologia.

L'obiettivo è favorire l'inizio di un dialogo informato e pubblico sulle considerazioni tecniche e sulle implicazioni sociali dell'uso della tecnologia per questa fase di transizione.

I risultati chiave

Mancano prove a sostegno dell'immediata adozione a livello nazionale di applicazioni di tracciamento digitale dei contatti, di applicazioni di controllo dei sintomi e di certificati digitali di immunità. Il governo fa bene a esplorare misure non sanitarie per la fase di transizione, ma affinché la politica nazionale possa utilizzare queste app, esse dovrebbero essere in grado di:
  • rappresentare in modo accurato i dati sull'infezione e l'immunità
  • dimostrare la capacità tecnica di supportare le funzioni richieste
  • risolvere i vari problemi pratici legati al loro utilizzo, tra cui gli aspetti legali
  • mitigare i rischi sociali e proteggere i cittadini da discriminazioni e vulnerabilità
Al momento, manca l'evidenza a favore del fatto che gli strumenti sono in grado di affrontare adeguatamente questi quattro aspetti.

In particolare, si sottolinea quanto segue.
  • L'efficacia della tecnologia nel sostenere la transizione dipenderà dalla fiducia del pubblico, che può essere rafforzata attraverso l'istituzione di adeguati organi di controllo:
    • un gruppo di consiglieri tecnologici;
    • un gruppo di supervisione indipendente per il controllo delle politiche elaborate.
  • Sarà necessaria una legislazione ordinaria chiara e completa che regoli la gestione dei dati nelle applicazioni di tracciamento digitale dei contatti e controllo dei sintomi. La legislazione dovrebbe imporre rigide finalità di utilizzo e definire limiti di accesso e di durata temporale.

Fino a quando non sarà stato sviluppato un modo affidabile di verificare l'immunità, l'attenzione dovrà focalizzarsi sullo sviluppo di una strategia globale che consideri le profonde implicazioni sociali di qualsiasi regime di certificazione dell'immunità, piuttosto che lo sviluppo di certificati digitali di immunità. Un controllo completo e robusto da parte del Parlamento e un'adeguata legislazione saranno cruciali per qualsiasi futuro regime di test e certificazione di immunità.

Le scelte tecniche dovranno tener conto sin dalla fase progettuale dei requisiti di privacy e di accessibilità e dovranno essere previste misure non tecniche per superare il divario digitale.

La tecnologia e i dati possono essere fondamentali per consentire una rapida transizione, e la revoca della quarantena non ha solo una valenza economica, ma anche sociale e di sanità pubblica. Ma è importante ricordare che l'adozione prematura di app inefficaci può minare la fiducia a lungo termine del pubblico, ostacolando la diffusione di soluzioni tecnologiche che potrebbero rivelarsi molto utili.

(la presentazione del rapporto continua con le raccomandazioni trasversali)

mercoledì 22 aprile 2020

The Fight for Privacy is a Fight for Democracy

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua e qua)

By now I imagine everyone has heard that one of the indispensable tools for emerging from the lockdown period is digital contact tracing. In brief, this refers to mechanisms — whether personal apps or centralised systems, the substance does not change — for recording who one comes into contact with, in order to alert them to a possible infection. The problem is that this activity is a serious invasion of privacy and exposes citizens (in the personal app version) to security risks. It also has significant implications for social relationships.

Solutions of this kind should only be adopted, as both the Italian Data Protection Authority and several international organisations have pointed out, after evaluating their merits through a cost-benefit analysis. To my knowledge, no such analysis has been carried out, and the decision to proceed down this path was taken directly. This alone should set alarm bells ringing for anyone who is genuinely committed to democracy.

But "what's the problem?", argue colleagues and acquaintances. Between doing nothing and using an app with potential privacy risks, isn't it better to do something rather than let people die?

This is a false dichotomy: the state resources committed to this could instead be used to strengthen the national health service, carry out manual contact tracing, conduct intensive testing, and properly implement and communicate preventive health measures to citizens (masks, gloves, distancing, hygiene habits). And let us not be told that companies will provide digital tracing for free "out of solidarity" — we are grown-ups and no longer believe in fairy tales.

Another objection: "people don't care about privacy anyway." True — they use Google and Apple services without realising the constant stream of digital traces — locations, interests, contacts, addresses — they leave behind on their servers. So what? Rather than educating them in the "healthy" use of digital technologies (something all governments have promised and none has delivered), should we seize this opportunity to attack their privacy still further? Some time ago I asked: "What would we call rulers who sold their own citizens to foreign powers?"

People already surrender their personal data in their use of digital devices, largely out of ignorance. This is considered normal, but it is not. Even a few decades ago it was considered normal for the government of a country to be the business of a qualified minority. Then it was understood that universal suffrage led to a more representative and more equitable democracy.

My techno-enthusiast colleagues retort: "it's too late now" and "there is no alternative." Personally, I have always found these two expressions to be a reliable sign of a trap. Perhaps it is because I am by nature an optimist; perhaps it is because my mother used to say "only death has no remedy" — but reading (and understanding) a couple of history books makes it clear that scenarios can always change, and what seems obvious today may not be so in a year's time.

This is true in the present case as well, regarding the adoption of digital contact tracing: in France and Germany, where for historical reasons sensitivity to personal freedoms is far more alive than it is here, there have been numerous public positions that are weighing on government decisions. These can be read here and here for France, and here and here for Germany. The future, then, is one that we as citizens will help to shape.

There is also the dismissive appeal to foreign example: "let's follow the lead of the countries that have adopted these solutions and succeeded." Well, if we look closely, China is not exactly a society aligned with European democratic standards. In South Korea, people are paying a very high price in terms of social shaming (as reported in the Wall Street Journal). And in Singapore, the digital tracing app was downloaded by barely a fifth of citizens and did not work — after which they resorted to lockdown anyway. One can also read the reflections of the team leader behind "TraceTogether," Singapore's much-lauded app: "the Singapore experience suggests that contact tracing should remain a human-led activity."

The real reason for adopting such a solution without debate is, to my mind, clear: to use the coronavirus as a pretext for establishing mass surveillance on a general scale — a pervasive control infrastructure that can subsequently be deployed for other purposes. From a technical standpoint, I consider it practically extremely difficult, if not impossible, to implement digital contact tracing without putting privacy at risk (I have discussed this here and here), and I regard it as my duty as an expert to flag this threat to freedom and democracy.

Why does defending privacy matter? Because it means defending democracy. Without one, there is no other: in the "glass house" where only one opinion is permitted and no dissent is possible, democracy is dead.

Let us continue with the analysis of the techno-enthusiast positions, which, in the management of this health emergency, see above all the opportunities to be seized for the country's digital development, while minimising the dangers.

It is also said that "in these difficult times we need solidarity, and we must all contribute to the common good by allowing ourselves to be traced." First, I note that what exactly constitutes this "common good" has not yet been sufficiently debated — at least not in Italy, where we have seen and continue to see decisions taken without parliamentary debate, in the wake of government measures which some legal scholars argue are on the edge of unconstitutionality. Notice also how a statement of this kind effectively amounts to the outlawing of dissent — that is, of those who do not wish to be traced. The voluntary nature of the system, cited as a "lifeline" for those who disagree, is in reality a fig leaf: if use of the system becomes a mechanism for controlling access to public spaces — offices, shops, restaurants, cinemas, schools, and so on — then compulsion becomes the de facto norm and a potential source of discrimination.

There is no ethical dilemma here between the common good and individual rights, because this is not a choice between privacy and health. We simply need to reject choices that sell privacy short and are not genuinely necessary to support the public health response — which above all needs the resources that the mantra of "less State, more Market" has stripped away from it over the past decade.

My assessment of the motivations behind the intention expressed by many European governments to press ahead in this direction coincides with what was stated by an anonymous source working within the French government's digital strategy group: "the government knows that this app has a very low probability of being effective, but it needs to show that it is doing something to bring the lockdown to an end." Moreover, such a choice offers a convenient escape route: if it fails, the blame will fall on the citizens who did not use it — once again pushing the marginalisation of the "dissenter." It is remarkable that, rather than preserving the dignity of the human person — already severely tested by the lockdown — responsibility for solving the problem is being shifted onto individuals, at the risk of unleashing social hostility. What should be provided is medicine, medical assistance, and economic support for those reduced to destitution by the economic crisis triggered by the health emergency.

The point is that "afterwards," even if entirely useless for its stated purpose, the surveillance infrastructure risks remaining present on millions of devices, ready to serve other ends. Its scope can be progressively extended over time — from coronavirus to other viruses, to other diseases — and gradually expanded, through successive automatic updates (as happens with the many apps on our smartphones), to cover other objectives (always in the public interest, of course). The very fact that there is so little awareness of how we wander unknowingly through a digital world for which we have no sensors makes this not a paranoid scenario but a plausible reality. To say nothing of our data potentially being sold for commercial purposes, given the enormous value it has acquired — above all for the major industrial groups working in Artificial Intelligence.


(from Fritz Lang's Metropolis, 1927)

And there is more. Some go so far as to argue: "a fifth of the population doesn't have or can't use a smartphone? Then let's give them a smartphone or an electronic bracelet that does everything automatically." I find myself wondering: would these people have cheered on the iceberg for making the passengers of the Titanic understand the importance of knowing how to swim? I am genuinely alarmed by people who express opinions of this kind. When one points out that this is hardly the best way to make all citizens digitally competent, they respond that such positions are Luddite — though the Luddites, it should be said, were expressing class struggle demands with solid foundations.

We need to understand that handing a weapon to a potential adversary in the belief that one can always persuade them not to use it is not a winning strategy when they hold more power. There is no point pretending otherwise: despite all the appeals to solidarity and goodwill, power conflicts exist. Those who have the power to do things and also have the means to do them will do them.

Some solutions must not be permitted. Full stop. Michel Foucault's analysis of "invisible surveillance" as a means of compelling the prisoner to internalise prison discipline is entirely applicable to this "digital surveillance" — a perfect incarnation, precisely because it is invisible, of the Panopticon, the ideal prison conceived in 1791 by Jeremy Bentham. It risks being the first step toward dystopian scenarios of wholly obedient, conformist citizens, as in the film Metropolis.

Addressing social problems through technological solutions rather than through political debate, the strengthening of public services (the only ones that need not be driven by profit), and the funding of evidence-based research and discussion into possible tools to help decide how to intervene — this is the most glaring manifestation of that "digital solutionism" that will kill democracy, if we do not push back.

La lotta per la privacy è lotta per la democrazia (seconda parte)

di Enrico Nardelli

(english version here)

Proseguiamo con l'analisi delle posizioni dei tecno-entusiasti, iniziata nella prima parte di questo post, che, nella gestione di questa emergenza sanitaria, vedono soprattutto le opportunità da sfruttare per lo sviluppo digitale del Paese e ne minimizzano i pericoli.

Si dice, ancora, che "in questo momento difficile ci vuole solidarietà e dobbiamo tutti contribuire al bene comune facendoci tracciare". Prima di tutto osservo che quale sia questo "bene comune" non è stato ancora sufficientemente dibattuto, per lo meno in Italia dove abbiamo visto e continuiamo a vedere decisioni prese senza dibattito parlamentare sulla scia di provvedimenti governativi che sono, argomentano alcuni giuristi, al limite dell'incostituzionalità. Notate poi come un'affermazione di questo genere sia, di fatto, la messa la bando del "diverso", vale a dire di chi non vorrà farsi tracciare. La volontarietà che viene infatti ricordata come "salvagente" per chi non fosse d'accordo è in realtà una foglia di fico: se poi l'uso del sistema diventa un meccanismo per controllare l'accesso nei luoghi pubblici (uffici, negozi, ristoranti, cinema, scuole, etc. etc.) allora l'obbligatorietà diventa di fatto la norma e potenziale sorgente di discriminazione.

Non c'è un dilemma etico tra bene comune e posizione individuale, in questo caso, perché non si tratta di scegliere tra privacy e salute. Dobbiamo semplicemente rifiutare le scelte che svendono la privacy e che non sono davvero necessarie per sostenere l'azione sanitaria, che invece avrebbe in primo luogo bisogno di risorse che il mantra "meno Stato, più Mercato" le ha nel decennio passato sottratto.

La mia valutazione sulle motivazioni che stanno dietro l'intenzione espressa da molti governi europei di proseguire su questa strada coincide con quanto dichiarato da una fonte anonima che lavora all'interno del gruppo che si occupa di strategia digitale nel governo francese: «il governo sa che questa app ha bassissime probabilità di essere efficace, ma deve dimostrare che sta facendo qualcosa per metter fine alla quarantena». Inoltre, una tale scelta offre una comoda via di fuga: se non funzionerà, sarà colpa dei cittadini che non l'hanno usata (con conseguente spinta, di nuovo, verso l'emarginazione del "diverso"). È sorprendente che, invece di preservare la dignità della persona umana, già messa a dura prova dalla quarantena, si sposti la responsabilità della soluzione del problema sulle persone, rischiando di scatenare l'odio sociale. Bisognerebbe fornire medicine, assistenza medica, assistenza economica a chi è ridotto alla fame dalla crisi economica conseguente all'emergenza sanitaria.

Il punto è che "dopo", anche se del tutto inutile per lo scopo dichiarato, l'infrastruttura di sorveglianza rischia di rimanere presente in milioni di dispositivi, pronta per altri scopi. Il suo raggio d'azione può essere progressivamente esteso nel tempo, dal coronavirus ad altri virus, ad altre malattie, e pian piano allargato, mediante successivi aggiornamenti automatici, come avviene per le tante app sul nostro smartphone, per altri obiettivi (sempre nell'interesse del bene comune, sia chiaro!). Proprio il fatto che c'è poca consapevolezza di come ci aggiriamo ignari in un mondo digitale per il quale non abbiamo sensori, rende questo non uno scenario paranoico ma una realtà possibile. Per non parlare poi dei nostri dati, magari ceduti a scopo commerciale, visto il grande valore che hanno acquisito, soprattutto per i grandi gruppo industriali dell'Intelligenza Artificiale.


(da "Metropolis" di Fritz Lang, 1927)

E non è tutto. Si arriva ad argomentare: "un quinto della popolazione non ha o non sa usare smartphone? Allora diamogli uno smarphone o un braccialetto elettronico, che fa tutto da solo". Mi chiedo: ma avrebbero fatto il tifo per l'iceberg perché ha fatto capire ai passeggeri del Titanic l'importanza di saper nuotare? Sinceramente, ho paura di chi esprime opinioni di questo genere. Se gli si fa osservare che non è questo il modo migliorare di far diventare digitalmente competenti tutti i cittadini, rispondono che si tratta di posizioni luddiste (che, però, esprimevano esigenze di lotta di classe con solide basi)

Bisogna capire che dare un'arma in mano ad un potenziale avversario pensando che si potrà sempre convincerlo a non usarla non è una strategia vincente se quello ha più potere. È inutile nasconderselo: nonostante gli appelli alla solidarietà e al "volemose bene" (come si dice a Roma) i conflitti di potere esistono. Chi ha il potere di fare le cose ed ha anche i mezzi per farlo, lo farà.

Alcune soluzioni non vanno, a priori, consentite. Punto e basta. L'analisi che ha fatto Michel Foucault della "sorveglianza invisibile" come mezzo per costringere il prigioniero ad interiorizzare la disciplina carceraria è interamente valida per questa "sorveglianza digitale", incarnazione perfetta, proprio perché non si vede, del Panopticon, il carcere ideale pensato nel 1791 da Jeremy Bentham. Rischia di essere il primo passo verso scenari distopici di cittadini tutti obbedienti ed allineati come nel film Metropolis.

Affrontare i problemi sociali mediante soluzioni tecnologiche invece che attraverso il dibattito politico, il potenziamento di un servizio pubblico (l'unico che può non essere guidato dal profitto) e il finanziamento alla ricerca, basata sull'evidenza e sulla discussione, di possibili strumenti che possano aiutare a decidere come intervenire è la manifestazione più eclatante di quel "soluzionismo digitale" che ucciderà la democrazia, se non reagiamo.

martedì 21 aprile 2020

Un documento sul tracciamento digitale dei contatti della comunità di studiosi di crittografia e sicurezza

di Enrico Nardelli

La comunità mondiale degli studiosi di crittografia e sicurezza ha rilasciato un documento firmato da più di 300 scienziati di tutto il mondo sul tema del tracciamento digitale dei contatti.

Il documento è tecnicamente ben fatto e preciso e le sue raccomandazioni giuste, ma ho delle riserve, diciamo così "politiche".

Infatti, nonostante si dica che il tracciamento digitale può essere utile in alcune situazioni e che la sua efficacia sia controversa, vengono poi comunque formulate indicazioni sul come preservare la privacy nelle soluzioni che verranno implementate.

Questo è il passaggio, proprio all'inizio: «In some situations, so-called “contact tracing Apps” on peoples’ smartphones may improve the effectiveness of the manual contact tracing technique. ... Though the effectiveness of contact tracing Apps is controversial, we need to ensure that those implemented preserve the privacy of their users.»

A partire dalle stesse affermazione io avrei invece formulato sopratutto una raccomandazione affinché prima di mettere in campo tali soluzioni, se ne studiassero e sperimentassero utilità ed efficacia. Temo che invece così il documento dia sostegno ad un approccio tecnologico che non affronta i problemi reali ma dà per scontato che il tracciamento digitale dei contatti sia utile ed efficace.

Inoltre, continuo a pensare che ci siano dei problemi pratici (non teorici) nel realizzare soluzioni decentralizzate che siano al tempo stesso, come tutti giustamente chiedono, aperte e scrutinabili dal pubblico e siano resistenti agli attacchi che io ho chiamato delle "ancillary app" (vedi alla fine del post) e che Serge Vaudenay ha chiamato delle "enriched app" (vedi il "nerd attack" a pag.10).

Anche se entrambe le analisi sono state fatte su DP-3T ritengo che l'attacco sia valido per qualunque schema decentralizzato con un protocollo di comunicazione "aperto".

L'unica contromisura che riesco a immaginare, rimanendo con un approccio decentralizzato e aperto, è avere un'infrastruttura che "certifichi" il codice sorgente delle app e lo "autentichi" come "ufficiale". Nessun problema da un punto di vista teorico, ma che questa cosa si riesca a fare non dico a livello mondiale ma europeo in tempi ragionevoli lo ritengo praticamente impossibile.

Addendum (22 apr 2020, 11:15 CEST): un altro gruppo di studiosi di crittografia e sicurezza (più piccolo ma non meno qualificato) ha prodotto un'analisi dettagliata di come sia difficile, se non impossibile, effettuare il tracciamento digitale dei contatti mantenendo la privacy. È in francese, ma usa un linguaggio semplice senza termini tecnici

The dangers of digital contact tracing: ancillary apps, social pressure and security

by Enrico Nardelli and Isabella Corradini

(versione italiana qua)

We are discussing these days how to manage getting back to “normality” ensuring at the same time the health situation remains under control. For this purpose, the so-called digital contact tracing has been proposed. It consists of recording encounters happened between people so that, when an individual is found positive for coronavirus, those who encountered in previous days can be quickly retrieved and alerted to block further infections.

Contact tracing is a WHO standard procedure for infectious diseases, usually implemented by healthcare professionals interviewing the infected person. However, it is argued that in the case of a large number of infected, the manual procedure is insufficient and an "automatic" approach based on digital technology is needed.

Let us debunk the myth that technology can do it all by itself. The team leader of the best-known contact tracing solution, the one used in Singapore, wrote: «No Bluetooth contact tracing system deployed or under development, anywhere in the world, is ready to replace manual contact tracing. Not now and not for the foreseeable future». It is therefore necessary to equip national health systems with adequate resources.

There is no need to say that tracing contacts means entering the sphere of personal data, the area of privacy guaranteed by European laws. They say that it can be done without violating the law. Is it really possible? Let us first examine the issue from a technical point of view, then we consider some social aspects.

Contacts tracing can be done in two ways: absolute and relative. The "absolute" way relies on the operator of the mobile phone network, which constantly knows where each device is located: coarsely if the GPS is off, precisely if the GPS is active. While in the absence of GPS it is generally difficult to establish whether an "encounter" is significant in terms of health (if two people are at 1 or 10 meters away it is epidemiologically very different), when GPS is active these problems are overcome. The operator could record the contact list for each phone number, with duration and position. The problem with this solution is that anyone who comes into possession of this list gets an enormous power in terms of social control, even in absence of infections. It is no coincidence that digital tracing of people, in all democratic countries, requires judicial authorization on the basis of detailed evidence. Authorizing them for the whole population would likely question the foundations of democratic society.

The "relative" approach consists of using one of the communication sensors available on individuals’ smartphone and an appropriate app; in this way each device registers the list of its contacts, with duration and position, only locally. Nobody gets the entire list, overcoming the "Big Brother" problem, and they say the app can be built so as to record every encounter using an anonymous identifier that cannot be traced back to the device’s owner. But if we cannot identify them, how can we alert them that they have been in contact with an infected person? Each telephone would determine it locally, using the anonymous identifiers of the infected, which would be distributed to all by a centralized service that obtains them from those who, after a test, voluntarily disclose they are infected.
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As many civil right organizations have underlined, such an app has to be "open", meaning that the rules of its data exchange with other apps and its source code executed by the smartphone should be open to examination, in order to guarantee full transparency on how it actually operates. However, an open app is able to communicate with any other app that follows the same rules about data exchange.

What can happen then? Imagine that you discovered that you were in contact with an infected person for the first time three days ago. If you met that person in all the following days, in your local history there will be as many reports of infected people in all those days. The official app most probably will not provide you any detail, just warning you to contact a health facility for a check. However, it is not difficult to imagine the development of a market based on "ancillary" apps that offer this extra information related to the encounters (see a more detailed technical analysis). An "ancillary" app will tell you, for each day, how many times a day you met a specific infected person, and if in the same day you met just one person or more than one. This "ancillary" app will not be able to tell you who the individuals are or if the encounters of different days refer to the same individuals but, considering that in a normal situation each of us has a certain regularity of encounters and there are relatively few infected people around, this information combined with others (e. g. remembering what you did in the past days) would allow you to make more accurate deductions regarding identity of infected people you met.

Psychological and social motivations will contribute to the spreading of "ancillary" apps. On the one hand, in fact, the desire to know (human curiosity) is a very powerful force, and few are immune. On the other hand, the combination of the need of preserving one's health with that of protecting the loved ones will be a strong driver. Furthermore, the daily bombardment of news about rules and behaviors people must follow to avoid the diffusion of infections is developing strange reactions such as mistrust towards others, bordering on paranoia. For example, notice how, walking along the street, we tend these days to increase the distances from others, even changing sidewalk. A climate of generalized suspicion can easily grow, as we have seen in these weeks with people reporting to the police neighbors and passers-by for trivial violations of rules.

Besides the actual problem of a possible violation of privacy, this climate of suspicion generates other considerations. We know, in fact, that the "relative" solution for the digital contact tracing mentioned above has to be used by at least 60% of population to be effective. In this sense, we can imagine how social pressure can push individuals to agree to use app, developing prejudices towards those who, for whatever reason, decide not to use it.

How to overcome these critical issues?


(Foto di Gerd Altmann - Pixabay)

At this time, the only chance we see (which, however, contradicts the above requirement of openness hence it is not something we recommend) is to use "official" applications that "speak" only with other official applications. To ensure this, official applications should be implemented directly by international companies that currently have a monopoly on mobile operating systems (Android and iOS). In a world where people's data is the new oil, deciding to put the control of our privacy into the hands of companies - whose economic power is larger than many states’ one – is not a wise decision. It is no coincidence that these companies have already moved in this direction. We are the ones who should not give up our digital data because they are an integral part of our identity.

Finally, some considerations about security are worth being discussed. Technologies which can be used for relative contact tracing apps are WiFi and Bluetooth. Unfortunately, both of them, in the mode that should be used for contact tracing, have several vulnerabilities that can be exploited to compromise the integrity of our mobile devices.

Requiring that all citizens have Bluetooth (or another technology) active is equivalent to asking them not to lock their home door because the doctor is going to come for a medical examination. In the real world, this would expose people’s homes to a high risk of physical intrusion. The same would happen in the digital world, with the difference that here people do not perceive what happens, and tools to exploit these vulnerabilities to enter in our "digital home" are rather easily accessible and do not require a bad guy to be a professional hacker.

Once inside, the problem would be most serious, given that a hostile intruder would have access to our entire personal and professional existence, including sensitive information. Updating the smartphone is a valid countermeasure, but how many people do it on a regular basis? Could we rely on this for the entire population?

In the ongoing discussions, it is taken for granted that digital solutions are essential, despite the fact that those who used them extensively (Singapore) had to quarantine the country. Although the organizations mentioned above have underlined the need to carry out a cost-benefit assessment of digital tracing solutions, these analyses are not available.

Situations where unforeseen circumstances present us with exceptional problems are a fertile ground for digital solutionism, since the limited resources and the need to "hurry up" press to reduce the time for decisions. The epidemic we are facing now is one of these situations. This is why we have to be highly vigilant. In our opinion, introducing a mass digital tracing solution, which to be effective anyhow requires other organizational and sanitary measures, is not at all a real solution, considering the huge privacy and security problems it causes.

As in many other cases, technological solutions (now increasingly digital) cannot solve problems unless they are compatible with the socio-organizational scenario, equipped with adequate financial and material resources, and supported by political will.

If these elements are missing, the consequence is the destruction of social relations and the renounce to our freedom, hence to democracy.

lunedì 20 aprile 2020

La lotta per la privacy è lotta per la democrazia (prima parte)

di Enrico Nardelli

(english version here)

Penso ormai tutti abbiano sentito dire che uno degli strumenti indispensabili per uscire dal periodo di quarantena è il tracciamento digitale dei contatti. In estrema sintesi, si tratta di meccanismi (app personali o sistemi centralizzati, la sostanza non cambia) per registrare con chi si entra in contatto per poi avvisarlo di un possibile contagio. Il problema è che questa attività è fortemente lesiva della privacy ed espone i cittadini (nella versione delle app personali) a rischi di sicurezza. Inoltre, ha conseguenze importanti in termini di relazioni sociali.

Soluzioni di questo genere andrebbero adottate, hanno ricordato sia il Garante della Privacy italiano che diverse organizzazioni internazionali, solo dopo averne valutato la convenienza attraverso un'analisi costi benefici. Allo stato della mia conoscenza, ciò non è stato fatto e si è deciso direttamente di procedere per questa strada. Già questo dovrebbe far scattare un campanello d'allarme in ogni persona sinceramente democratica.

Ma, "qual è il problema?", argomentano colleghi e conoscenti. Tra il non far niente e l'usare un'app con potenziali rischi di privacy non è meglio far qualcosa per non lasciar morire le persone?

È una falsa dicotomia: le risorse dello Stato impegnate in questo si possono invece usare per potenziare il servizio sanitario nazionale, effettuare un tracciamento manuale dei contatti, eseguire test in modo intensivo, ed attuare ed informare adeguatamente i cittadini sulle misure di medicina preventiva (mascherine, guanti, distanziamento, abitudini). E non si venga a dire che le aziende realizzaranno il tracciamento digitale gratis "per solidarietà": siamo cresciuti e non crediamo più alle favole.

Altra obiezione: "le persone comunque non si interessano della privacy". È vero, usano i servizi di Google e di Apple senza rendersi conto del continuo flusso di tracce digitali - posizioni, interessi, contatti, indirizzi - che lasciano nei loro server. E allora? Invece di educarli ad un uso "sano" delle tecnologie digitali (cosa che tutti i governi hanno promesso e nessuno ha mantenuto) si coglie quest'occasione per attaccare ulteriormente la loro privacy? Tempo fa chiedevo "Come chiameremmo quei governanti che vendessero i propri cittadini a poteri stranieri?".

Le persone cedono già i loro dati personali nell'uso dei loro dispositivi digitali, soprattutto per ignoranza. Questo viene considerato normale, ma non lo è. Anche fino a qualche decennio fa si considerava normale che del governo di un Paese se ne occupasse una minoranza qualificata. Poi si è capito che il suffragio universale conduceva ad una democrazia più rappresentativa e più equa.

Replicano, i miei colleghi tecno-entusiasti, "ormai è troppo tardi" e "non c'è alternativa". Personalmente, ritengo queste due espressioni siano sempre indizio di una trappola. Sarà perché sono di carattere un ottimista, sarà perché mia madre soleva ripetere "solo alla morte non c'è rimedio" ma, insomma, se si leggono (e si capiscono) un paio di libri di storia si capisce gli scenari possono sempre cambiare e ciò che era oggi scontato fra un anno potrebbe non esserlo più.

Ciò è vero in questo caso anche per l'adozione del tracciamento digitale dei contatti: in Francia e in Germania, dove per motivi storici l'attenzione alle libertà personali è molto più viva che da noi, vi sono state numerose prese di posizione che stanno pesando sulle decisioni dei governi. Si possono leggere qui e qui per la Francia, e qui e qui per la Germania. Quindi, il futuro è quello che noi cittadini contribuiremo a costruire.

Non manca neanche l'esterofilia denigratoria: "prendiamo esempio dai paesi esteri in cui hanno adottato queste soluzioni e ce l'hanno fatta". Beh, se andiamo a vedere, la Cina non è proprio una società allineata allo standard delle democrazie Europee. In Corea del Sud, stanno pagando un prezzo molto alto in termini di gogna sociale (se ne parla sul Wall Street Journal). E a Singapore, l'app di tracciamento digitale è stata scaricata da un quinto scarso dei cittadini e non ha funzionato, così poi sono passati alla quarantena. Potete leggere anche le riflessioni del responsabile del team che ha realizzato "TraceTogether" la tanto decantata app di Singapore: «l'esperienza di Singapore indica che il tracciamento dei contatti dovrebbe rimanere un'attività condotta in prima persona dalle persone».

Il motivo per adottare senza dibattito una tale soluzione è quindi per me chiaro: usare la scusa del coronavirus per instaurare a livello generalizzato la sorveglianza di massa, un'infrastruttura di controllo capillare che potrà essere poi usata per altri scopi. Da un punto di vista tecnico ritengo in pratica estremamente difficile, se non impossibile, attuare il tracciamento digitale dei contatti senza mettere a rischio la privacy (ne ho parlato qui e qui) e ritengo mio dovere di esperto segnalare questo problema che attacca libertà e democrazia.

Perché è importante difendere la privacy? Perché vuol dire difendere la democrazia. Senza l'una non c'è l'altra: nella "casa di vetro" dove è possibile una sola opinione senza possibilità di contrapposizione la democrazia è morta.

(leggi la seconda parte)