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lunedì 20 aprile 2020

La lotta per la privacy è lotta per la democrazia (prima parte)

di Enrico Nardelli

Penso ormai tutti abbiano sentito dire che uno degli strumenti indispensabili per uscire dal periodo di quarantena è il tracciamento digitale dei contatti. In estrema sintesi, si tratta di meccanismi (app personali o sistemi centralizzati, la sostanza non cambia) per registrare con chi si entra in contatto per poi avvisarlo di un possibile contagio. Il problema è che questa attività è fortemente lesiva della privacy ed espone i cittadini (nella versione delle app personali) a rischi di sicurezza. Inoltre, ha conseguenze importanti in termini di relazioni sociali.

Soluzioni di questo genere andrebbero adottate, hanno ricordato sia il Garante della Privacy italiano che diverse organizzazioni internazionali, solo dopo averne valutato la convenienza attraverso un'analisi costi benefici. Allo stato della mia conoscenza, ciò non è stato fatto e si è deciso direttamente di procedere per questa strada. Già questo dovrebbe far scattare un campanello d'allarme in ogni persona sinceramente democratica.

Ma, "qual è il problema?", argomentano colleghi e conoscenti. Tra il non far niente e l'usare un'app con potenziali rischi di privacy non è meglio far qualcosa per non lasciar morire le persone?

È una falsa dicotomia: le risorse dello Stato impegnate in questo si possono invece usare per potenziare il servizio sanitario nazionale, effettuare un tracciamento manuale dei contatti, eseguire test in modo intensivo, ed attuare ed informare adeguatamente i cittadini sulle misure di medicina preventiva (mascherine, guanti, distanziamento, abitudini). E non si venga a dire che le aziende realizzaranno il tracciamento digitale gratis "per solidarietà": siamo cresciuti e non crediamo più alle favole.

Altra obiezione: "le persone comunque non si interessano della privacy". È vero, usano i servizi di Google e di Apple senza rendersi conto del continuo flusso di tracce digitali - posizioni, interessi, contatti, indirizzi - che lasciano nei loro server. E allora? Invece di educarli ad un uso "sano" delle tecnologie digitali (cosa che tutti i governi hanno promesso e nessuno ha mantenuto) si coglie quest'occasione per attaccare ulteriormente la loro privacy? Tempo fa chiedevo "Come chiameremmo quei governanti che vendessero i propri cittadini a poteri stranieri?".

Le persone cedono già i loro dati personali nell'uso dei loro dispositivi digitali, soprattutto per ignoranza. Questo viene considerato normale, ma non lo è. Anche fino a qualche decennio fa si considerava normale che del governo di un Paese se ne occupasse una minoranza qualificata. Poi si è capito che il suffragio universale conduceva ad una democrazia più rappresentativa e più equa.

Replicano, i miei colleghi tecno-entusiasti, "ormai è troppo tardi" e "non c'è alternativa". Personalmente, ritengo queste due espressioni siano sempre indizio di una trappola. Sarà perché sono di carattere un ottimista, sarà perché mia madre soleva ripetere "solo alla morte non c'è rimedio" ma, insomma, se si leggono (e si capiscono) un paio di libri di storia si capisce gli scenari possono sempre cambiare e ciò che era oggi scontato fra un anno potrebbe non esserlo più.

Ciò è vero in questo caso anche per l'adozione del tracciamento digitale dei contatti: in Francia e in Germania, dove per motivi storici l'attenzione alle libertà personali è molto più viva che da noi, vi sono state numerose prese di posizione che stanno pesando sulle decisioni dei governi. Si possono leggere qui e qui per la Francia, e qui e qui per la Germania. Quindi, il futuro è quello che noi cittadini contribuiremo a costruire.

Non manca neanche l'esterofilia denigratoria: "prendiamo esempio dai paesi esteri in cui hanno adottato queste soluzioni e ce l'hanno fatta". Beh, se andiamo a vedere, la Cina non è proprio una società allineata allo standard delle democrazie Europee. In Corea del Sud, stanno pagando un prezzo molto alto in termini di gogna sociale (se ne parla sul Wall Street Journal). E a Singapore, l'app di tracciamento digitale è stata scaricata da un quinto scarso dei cittadini e non ha funzionato, così poi sono passati alla quarantena. Potete leggere anche le riflessioni del responsabile del team che ha realizzato "TraceTogether" la tanto decantata app di Singapore: «l'esperienza di Singapore indica che il tracciamento dei contatti dovrebbe rimanere un'attività condotta in prima persona dalle persone».

Il motivo per adottare senza dibattito una tale soluzione è quindi per me chiaro: usare la scusa del coronavirus per instaurare a livello generalizzato la sorveglianza di massa, un'infrastruttura di controllo capillare che potrà essere poi usata per altri scopi. Da un punto di vista tecnico ritengo in pratica estremamente difficile, se non impossibile, attuare il tracciamento digitale dei contatti senza mettere a rischio la privacy (ne ho parlato qui e qui) e ritengo mio dovere di esperto segnalare questo problema che attacca libertà e democrazia.

Perché è importante difendere la privacy? Perché vuol dire difendere la democrazia. Senza l'una non c'è l'altra: nella "casa di vetro" dove è possibile una sola opinione senza possibilità di contrapposizione la democrazia è morta.

(leggi la seconda parte)

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