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domenica 14 marzo 2021

L'insostenibile ricerca dell'eccellenza

di Enrico Nardelli

A causa della criticità della situazione di pandemia, soprattutto sul versante economico, si è sviluppato nelle ultime settimane un dibattito sulla produzione "nazionale" di vaccini. Osservo di passaggio che, essendo la lingua un sofisticato strumento di comunicazione, coloro che dibattono il tema parlando della produzione "autarchica" hanno già fatto una scelta di campo.

Un eccellente articolo in merito è quello di Lucio Russo, che rievoca alcuni fatti degli anni '60 (tra i quali lo smantellamento della ricerca nucleare italiana) per ribadire l'importanza di investire in ricerca nazionale, inclusa quella sui vaccini. Purtroppo, osserva giustamente Russo, quello di pensare "ma dove vogliamo andare noi che in questo campo non siamo all'avanguardia" è un atteggiamento estremamente miope. Che possa essere diffuso nell'uomo della strada relativamente a temi specialistici, passi, che sia presente nella classe dirigente ed intellettuale del Paese, è molto preoccupante.

Ritengo che alla base di tutto ci sia il mito dell'eccellenza, in base al quale solo "i migliori" possono fare certe cose. Questa visione che celebra solo il primo, quello che vince la medaglia d'oro, rispecchia una cultura individualista che è molto lontana dalle nostre radici storiche e culturali, fondate sulla partecipazione collettiva. Ci sarebbe da indagare sul perché, negli ultimi decenni, si è spinto così tanto in questa direzione. Perché si è così diffusa nella nostra cultura quest’ossessione di comprimere in una sola dimensione fenomeni e settori che hanno così tante sfaccettature? Perché si tende ormai a ridurre la complessità dei fenomeni sociali ad una semplice classifica? "Cui prodest?" è sempre un domanda fondamentale per capire ciò che accade intorno a noi.

Gli USA sono stati resi grandi dal singolo eroe e il mito del "numero uno" è onnipresente nella loro cultura, l'Italia da una comunità di artigiani, commercianti e studiosi. Certamente su questa comunità si staglia l'eccellenza, il Leonardo o il Michelangelo, ma l'Italia non sarebbe quel deposito di tesori culturali che è se si fosse perseguita solo l'eccellenza.

Si tratta di una lezione troppo spesso dimenticata. Il risultato eccezionale non può essere programmato. Non si riesce ad ottenerlo se non si ha a disposizione una larga base di praticanti. Raramente, forse, può accadere, ma - in ogni settore - non è così che si programma un futuro di successo.

Per avere l'eccellenza del singolo bisogna comunque investire nella preparazione media della massa. Per avere l'eccellenza di un Paese bisogna investire nella preparazione media dei suoi cittadini.

Che questa "insostenibile ricerca dell'eccellenza" abbia contagiato molti intellettuali che fanno riferimento ad un'area che cinquant'anni fa si muoveva invece in modo opposto, andando nelle fabbriche e nei campi per portare operai e manovali a scuola, è un mistero che lascio risolvere a chi di competenza. Il miracolo economico avviatosi a partire dagli anni '60, che ha portato il nostro paese a diventare alla fine degli anni '80 la quinta potenza industriale del mondo, ha avuto uno dei suoi elementi essenziali, oltre ai soldi del piano Marshall, in un sistema scolastico che insegnava ad approfondire e a riflettere, non a superare gli esami individuando dove mettere le crocette.

Con questo non sto dicendo che bisogna finanziare senza alcun controllo la ricerca, o qualunque altro settore, ma che la spesa in ricerca, sia di base che applicata, rappresenta uno degli investimenti più produttivi sul lungo periodo per un Paese.

A sostegno di questo porto un esempio dal mio settore, l'informatica, una di quelli che - anche a causa del suo recentissimo ingresso fra le discipline scientifiche e tecnologiche - è stato in tempi recenti più degli altri afflitto dalle necessità di giustificare imprevedibili ricadute applicative a breve. Nel grafico in figura 1, preso dal rapporto Continuing Innovation in Information Technology pubblicato nel 2012 dalle Accademie Nazionali di Scienze, Ingegneria e Medicina USA, viene mostrato come l'investimento pubblico in ricerca di base - a partire dagli anni '60, proprio quelli con cui abbiamo aperto questo articolo - abbia portato (anche dopo diversi decenni) allo sviluppo di mercati del valore di milioni e poi di miliardi di dollari.

Figura 1

Un successivo studio di quasi dieci anni dopo (pubblicato sempre dalle Accademie Nazionali nel 2020 - Information Technology Innovation) evidenzia non solo in figura 2 il legame tra le aree di ricerca di base (a sinistra) e i settori digitali applicativi (a destra)

Figura 2

ma anche in figura 3 come i settori applicativi dell'informatica hanno radicalmente trasformato altre aree produttive e dei servizi (p.es., agricoltura, salute, sport, ...).

FIgura 3

Ovviamente con questo esempio porto acqua al mio mulino, ma discorsi analoghi si possono ripetere per ogni altro settore scientifico-tecnologico. Ed è chiaro che, non essendo le risorse a disposizione infinite, non possiamo investire in tutti i possibili campi e vanno fatte delle scelte. Ma devono essere scelte che una politica lungimirante e non miope deve discutere con i cittadini e guidare.

Lucio Russo nel suo articolo ha ricordato, oltre alla ricerca in ambito nucleare condotta al Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare, quella in ambito medico sviluppata presso l'Istituto Superiore di Sanità, e quella nel nuovissimo settore dell'elaborazione digitale in cui eccellevano l'Olivetti e l'Università di Pisa. Erano settori in cui negli anni '60 la nostra preparazione era al livello dei migliori, anche se non eravamo i "numero uno" al mondo.

Ecco immaginate se tre delle aree di ricerca considerate nei grafici che vi ho mostrato sopra fossero quelle ricordate da Russo. Immaginate se dei politici illuminati avessero a quel tempo capito che sul lungo periodo avrebbero fatto il bene del Paese a sostenere la spesa pubblica in quei settori di ricerca. Sarebbe tutta un'altra storia.

Provate ad immaginare...

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" l'8 marzo 2021.

venerdì 4 dicembre 2020

Does our “digital double” need constitutional rights?

by Enrico Nardelli

(versione in italiano qua)

Over the last seventy years, informatics, the science that has made the digital world possible, has caused a social revolution of unprecedented importance, whose effects have not yet been fully understood.

This was recently reiterated by Antonello Soro, President of the Italian Data Protection Authority (Garante per la Protezione dei Dati Personali), in the presentation speech of the Authority's 2019 annual report, describing digital innovation as «a “total social fact” capable of inscribing in new coordinates an entire construction of the world and its own anthropology» and recalling «the insidious vulnerability of our digital self».

I have therefore considered, as an ordinary citizen but also as an informatics scholar, whether this new “total social fact” is adequately considered at the constitutional level.

Other innovations (e.g., television and airplane) have dramatically changed our society over the same period. The human needs that are affected, however, are protected by the Italian Constitution not in reference to the technology with which they can be satisfied but in relation to the fundamental rights they express. Therefore the Charter has not needed any change, despite the advances in technology. For example, being able to communicate with someone or physically reach a place are essential requirements for a complete expression of social relations, but Articles 15 and 16 of the Italian Constitution keep intact their validity, even though we have today communication tools and transport systems that were difficult to predict by the constitutional fathers.

The advent of electronics and informatics has also profoundly transformed the world of media, but what is written in art. 21 has not needed any change. It is true that it has been debated over and over whether the social networks made possible by the Internet should receive a mention in our Constitutional Charter, but so far there is no definitive conclusion.

Therefore, to a first approximation it might seem that there is nothing new.

The inviolability of our personal freedom, as well as of our home and our communications, continues to remain guaranteed in the digital sphere by the same articles (articles 13, 14 and 15) that ensure it in the physical world.

However, I observe that the set of digital data referring to us, aggregated and correlated, constitutes what I call our “digital double”, that is the projection of ourselves into that new dimension of the world that has manifested itself in all its importance only with the development of digital technologies.

This element was emphasized in Soro's speech, when he recalled that «The translation, never so totalizing, of our individual and collective existence into the immaterial dimension of the web, in fact exposes each of us – first of all through our own data – to the subtle but pervasive threats of a reality, such as the digital one, as extraordinary as little safeguarded» and that «data protection, by regulating the conditions for the circulation of what, like data, represents the constituent element of digital technology, has proved to be an inescapable prerequisite for any possible balance between man and technology».

I ask, then: if this aspect is something that has enriched the kind of people we are, since we no longer live and exist just in physical space, but we have extensions and projections in the digital world, then who oversees such an important reality?

Of course, we have the GDPR (General Data Protection Regulation – the European regulation for the protection of personal data), a standard in Europe we can be proud of, for how it precisely and rigorously defines the limits of the use of the myriad of bytes that we leave behind by interacting with digital devices and systems, and the Italian legislation on the subject, the Authority chaired by Soro is the supreme guardian of.

I wonder, however, if there are some rights not protected by the current Italian Constitution. More precisely: the right to preserve our identity, which at this point no longer manifests itself only in the physical world but also in the digital one, has – maybe – remained somehow unguarded?

Art. 22 of our Charter protects some aspects relating to identity: citizenship, name, legal capacity. At the time it was written, these aspects were all that was needed. However, the explosion of the digital world has brought to light other aspects, those relating to the “digital projection of our identity”, which perhaps would require a protection of the same legislative rank. Not because they are “new”: humanity has been recording data about the world for thousands if not tens of thousands of years. But because from being a completely negligible component of our existence, they have become a relevant and important part of it and, as the health emergency of this period has unfortunately taught us, one we can no longer ignore.

Soro also observed the particularly delicate nature of this area, highlighting that «The devolution to the immaterial dimension of almost all of our activities is not a neutral process, but involves, if not supported by adequate guarantees, exposure to unexpected vulnerabilities in terms not only of information security but also of subjection to interference and controls that are often more insidious, because they are less perceptible than traditional ones».

In abstract, this data dimension has always existed, but in practice it has always had a negligible “thickness”. Nowadays, the explosion of digital systems has enormously increased it (and it will do so more and more in the future) and it has become an integral and constitutive component of our personal and social life.

This very strong and uncontrolled growth of the data dimension was remarked by Soro himself who, on a previous occasion, observed that «We need to promote a strong digital regulation both in Italy and in Europe, to protect the most relevant data, from the health ones to fiscal and national security ones, and build additional guarantees» and that therefore «the primacy of public regulation needs to be reaffirmed. Exchanged data are those referring to ourselves and the first and foremost issue is to protect the digital person».

Hasn’t the time come to provide adequate constitutional guarantees to our digital doubles?

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The English version of the Italian Constitution can be found here. For ease of reading I report here below the most relevant parts of articles cited above.

Art. 13
Personal liberty shall be inviolable.
No one may be detained, inspected, or searched nor otherwise subjected to any restriction of personal liberty except by reasoned order of the Judiciary and only in such cases and in such manner as provided by the law.
...
Any act of physical and moral violence against a person subjected to restriction of personal liberty shall be punished.
The law shall establish the maximum duration of preventive detention.

Art. 14
Personal domicile shall be inviolable.
Home inspections, searches, or seizures shall not be admissible save in such cases and manners as shall be established by the law and in compliance with provisions safeguarding personal liberty.
Controls and inspections for reason of public health and safety, or for economic and fiscal purposes, shall be regulated by appropriate laws.

Art. 15
Freedom and confidentiality of correspondence and of every other form of communication shall be inviolable.
Limitations may only be imposed by reasoned judicial decision and in accordance with the safeguards provided by the law.

Art. 16
Every citizen has the right to reside and travel freely in any part of the country, except for such general limitations as may be established by law for reasons of health or security. No restrictions may be imposed for political reasons.
Every citizen shall be free to leave the territory of the Republic and return to it, notwithstanding any legal obligations.

Art. 21
Everyone has the right to freely express their thoughts in speech, writing, or any other form of communication.
The press may not be subjected to any authorisations or censorship.
Seizure may be permitted only by reasoned judicial order and only for offences expressly determined by the law on the press or in case of violation of the obligation to identify the persons responsible for such offences. ...
The law may introduce general provisions for the disclosure of financial sources of periodical publications.
Publications, performances, and other exhibits offensive to public morality shall be prohibited. Prevention and enforcement relating to such violations shall be established by law.

Art. 22
No-one may be deprived of their legal capacity, citizenship, or name for political reasons.

giovedì 26 novembre 2020

Il comitato “quantistico” sul voto elettronico

di Enrico Nardelli

Una recente inchiesta ha gettato uno squarcio di luce su una vicenda particolarmente importante per la democrazia. L’articolo illustra con dovizia di particolari l’esistenza di un comitato/non-comitato (da cui il titolo di questo post) del governo italiano che sta lavorando sul voto elettronico.

Tutto nasce – come racconta il giornalista – da una richiesta di accesso agli atti formulata da Fabio Pietrosanti, il presidente della Associazione Hermes, un centro no-profit per la trasparenza e i diritti umani digitali. La risposta del Ministero dell’Interno ricorda che ha ritenuto di «dare seguito agli impegni assunti dal Governo con l’approvazione di un ordine del giorno ai fini dell’adozione di Linee Guida per la sperimentazione del voto elettronico». Di conseguenza l’adozione è stata «affidata ad un organismo composto dai rappresentanti dei Ministeri della Giustizia, degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, dell’Innovazione Tecnologica e Digitalizzazione, coordinato dal Direttore Centrale per i servizi elettorali del Ministero dell’Interno».

Qui comincia la mia confusione, perché il Ministero dell’Interno spiega che «non è stato adottato alcun provvedimento di costituzione dell’organismo di studio in questione». Il Ministero ne ha disposto l’istituzione e chiesto la collaborazione agli altri ministeri, l’organo si è già riunito quattro volte, ma lo si dichiara non costituito con formale provvedimento. Verrà fatto? Nella citazione sopra riportata si dice “non è stato adottato” e non “non è ancora stato adottato”. Lapsus calami? Ecco, non sono un giurista quindi persone più esperte di me sapranno certamente spiegare come sia possibile che una struttura, non formalmente costituita da una qualche istituzione ancorché formata da persone delle istituzioni, possa fornire pareri che il potere esecutivo usa come base di atti governativi. Per chi ha letto qualcosa della fisica quantistica, sembra la famosa situazione del “gatto di Schrödinger”, che era contemporaneamente vivo e morto.

D’altro canto è comprensibile che un governo voglia capire qual è la situazione relativa al voto elettronico. Solo che mettere in piedi un comitato/non-comitato non sembra la strada più brillante. Abbiamo appunto un Ministero per l’Innovazione Tecnologica e Digitalizzazione, che – come enti analoghi in altri Paesi – per tale questione tecnologica è certamente in grado di produrre un rapporto tecnico-scientifico con tutte le informazioni del caso. L’autore dell’inchiesta ne ha raccolte un po’, ricordando che Germania, Svizzera, Norvegia e Olanda lo hanno tassativamente escluso, che anche l’ente europeo per la sicurezza informatica (ENISA) ne ha sottolineato gli elevatissimi rischi, e che un recente rapporto del mitico MIT (il Massachussets Institute of Technology) ha nuovamente sconsigliato l’uso del voto elettronico perché neanche la “catena di blocchi” (la moda del momento più conosciuta come blockchain) è in grado di fornire i livelli di sicurezza ed affidabilità che sono indispensabili per un sistema così critico per la democrazia quale quello delle votazioni. Riporto qui un’utile tabellina che caratterizza le quattro macro-categorie di modalità di votazione con la loro codifica di pericolosità (dal più verde=più sicuro al più rosso=più pericoloso – mia elaborazione dall’articolo del MIT).

Aggiungo poi, per completezza di informazione, qualche ulteriore elemento di valutazione che viene dagli USA. Ad aprile di quest’anno è stata pubblicata una lettera aperta indirizzata a Governatori, Segretari di Stato, Direttori degli Uffici Elettorali, di tutti e 50 gli stati americani, dove si conclude che «la votazione via Internet non è una soluzione sicura per votare negli Stati Uniti, né lo sarà in un prevedibile futuro». La lettera è stata preparata dal Centro per l’Evidenza Scientifica nelle Questioni Pubbliche, un centro studi della Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze. Tra le organizzazioni che hanno firmato la lettera appaiono quelle della comunità scientifica e tecnologica dell’informatica (ACM e CRA). Tra gli esperti che l’hanno validata basta ricordare i nomi di Vinton Cerf (il papà di Internet) e di Ronald Rivest (uno degli inventori di quella crittografia a chiave pubblica che è alla base della sicurezza delle transazioni sulla rete).

Ecco gli argomenti principali a sostegno della conclusione:

  • tutti i sistemi e le tecnologie per la votazione su Internet sono al momento attuale inerentemente insicuri;
  • non esiste alcuna evidenza tecnica che una qualunque tecnologia di votazione su Internet sia sicura o possa essere resa tale in un prevedibile futuro; al contrario, tutta la ricerca attualmente esistente dimostra il contrario;
  • nessuna tecnologia basata sulla catena di blocchi (blockchain) può ridurre i profondi pericoli inerenti nella votazione su Internet;
  • nessuna App per la votazione con dispositivo mobile è sufficientemente sicura da permetterne l’uso.

Si tratta di quattro argomentazioni che sono quattro macigni sufficientemente pesanti da affossare qualunque iniziativa, perché si tratta di elementi che derivano da vent’anni di un’analisi rigorosa e basata sull’evidenza scientifica condotta da molte organizzazioni, tra cui le tre Accademie Nazionali americane delle Scienze, dell’Ingegneria e della Medicina, il Ministero per la Sicurezza Nazionale, e l’Istituto Nazionale per gli Standard e la Tecnologia.

Ora, in linea puramente teorica, i punti sopra ricordati non sono un teorema matematico di impossibilità che, se non contiene errori nella sua dimostrazione, chiude per sempre ogni strada che non sia quella di cambiare le assunzioni di partenza (è il drogante potere che fa amare la matematica a chi la fa). Nulla vieta che comunque un ricercatore voglia provare ad ottenere un qualche risultato che nessuno è ancora riuscito a vedere.

Però si tratta di un’attività più adatta a chi fa della ricerca la sua professione, che a un comitato/non-comitato in cui appare esserci un solo esperto tecnico (che non è un ricercatore). Tale comitato/non-comitato non sembra essere la strada più efficace per esprimere un parere su di un tema sul quale abbiamo un apposito ministero.

Mentre aspettiamo sviluppi sulla vicenda riporto per il lettore interessato una tabella che classifica i vari rischi del voto a distanza in base alla tecnologia usata per ognuno dei tre passi fondamentali (invio della scheda elettorale elettronica in bianco, espressione del voto sulla scheda, restituzione della scheda votata), che ho elaborato da una bozza di linee guida preparata dall’Agenzia per la Sicurezza delle Infrastrutture e la Cibersicurezza del Ministero per la Sicurezza Nazionale USA di cui ha parlato The Guardian qualche mese fa (NA = caso non applicabile).

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" il 23 novembre 2020.

sabato 7 novembre 2020

Una giornata nell'inferno della trasformazione digitale

di Enrico Nardelli

Ho fatto accesso stamattina al sito dedicato al buono mobilità alle 9:00 in punto per capire se questa volta, dopo i numerosi episodi di disservizio digitale che si erano verificati negli ultimi mesi, si fosse riusciti a far tesoro dell'esperienza.

Speranza delusa: questo ne è il fedele resoconto.

Il sito risponde lentamente e visualizza solo un testo che spiega che la distribuzione dei posti in coda avverrà a partire dalle 9:30.

Quando si fa la coda di persona in un qualunque posto, tutti sono in grado di "vedere" fisicamente la situazione della coda stessa, capire in che posto si è, magari decidere che non vale la pena attendere. Nel mondo digitale non abbiamo organi di senso che ci forniscono queste informazioni in modo nativo e, nonostante quarant'anni di ricerca e di esperienza nel settore della "interazione uomo-computer" ancora si continuano a realizzare sistemi digitali che non danno visibilità all'utente sullo stato del sistema digitale. Il feedback, come dicono gli anglofoni, è assente, ma a nessuno di quelli che ci raccontano che la “trasformazione digitale” è meravigliosa sembra importare alcunché.

Un po' prima delle 9:30 appare la domanda che chiede se si ha lo SPID. Rispondo positivamente, poi inserisco il comune di residenza. A questo punto una scritta rossa, quindi di allerta, distrae un po', perché intima di avere con sé la ricevuta dell'acquisto, ma il sito dovrebbe servire anche a chi non ha ancora acquistato niente... Passato lo smarrimento, ci si arrischia a cliccare comunque su “Accedi” solo per essere rimandati alla casella di partenza: sei in possesso dello SPID? Momento di straniamento, uno pensa “forse ho saltato un passaggio” e ricomincia. Al terzo giro è chiaro che non hai saltato niente. Allora si clicca sull'altro pulsante disponibile “area esercenti”. Qui c'è un messaggio di benvenuto nella coda degli esercenti che vogliono aderire come fornitori all'iniziativa. Sono circa 30mila, ma secondo me la stragrande maggioranza di questi di questi sono semplicemente utenti che stanno cercando di capirci qualcosa. Rimango lì e apro un altro browser per un altro tentativo.

Verso le 9:35 circa su questo secondo browser finalmente appare un messaggio che dice che sono in attesa e che la distribuzione dei numeri in coda avverrà in modo casuale entro le 10, e dopo si potrà avere l'accesso, con 20 minuti a disposizione per perfezionare la domanda.

Perbacco, mi dico, questa della distribuzione casuale dei numeri sarebbe stata un'ottima idea per evitare un “assalto alla diligenza” se solo uno l’avesse saputo in anticipo. Adesso sembra un po' una presa in giro, soprattutto considerando che tutti i media avevano parlato di una distribuzione basata sull'ordine di accesso al sito... Mentre faccio un giro su Twitter alla ricerca di novità scopro che però il messaggio è ancora cambiato e non si parla più di distribuzione casuale dei numeri: sarà perché hanno capito che era meglio evitare di irritare ancora di più chi è in attesa?

Il browser mi dice che ci sono circa 200mila persone davanti a me, e mi consolo pensando che in fin dei conti non va male visto che con le disponibilità complessive stanziate (215 milioni di euro ed un contributo massimo di 500 euro) si possono coprire 430mila richieste.

Però la coda non scorre, senza che il sistema segnali niente. Di nuovo, assenza completa di informazioni per l'utente finale, che non sa che pesci prendere. Ricaricare la pagina? E se poi si perde il posto in fila? Quando riusciranno a capire che gli esseri umani non vedono i bit ed hanno bisogno di informazioni di contesto?

Intorno alle 10:50 (vado a memoria) finalmente il contatore degli utenti in coda comincia a scorrere. Faccio una prima valutazione di velocità e il tutto sembra procedere bene. Smaltiscono circa 3.000 utenti al minuto, quindi 180mila l'ora, il che vuol dire per me poco più di un'ora di attesa. Fortunatamente sono via rete, quindi posso fare altro nel frattempo, diversamente da quando si è in coda fisicamente in un certo posto. Segno mentalmente un punto a vantaggio del digitale. Però, dopo una mezz'oretta, mi accorgo che la velocità è notevolmente diminuita. Adesso siamo a circa 30mila utenti l'ora, il tempo di attesa previsto ritorna quello di una giornata, e la trasformazione digitale perde tutti i suoi vantaggi.

Mi dedico ad altro, buttando di tanto in tanto l'occhio sul browser. Finalmente, circa alle 14:10, mi fanno entrare, ma me ne sono accorto un po' in ritardo ed ho solo una quarto d'ora a disposizione. Vabbé, penso, mi ero comunque dotato di SPID associato alla mia PEC, il tutto sarà veloce, perché i miei dati li hanno già tutti.

Inserisco le credenziali di SPID e qui casco dalla sedia: il sistema mi chiede un OTP (che non è un parolaccia ma una password “usa e getta”: benedetti tecnici, ma volete imparare a parlare come le persone normali?) generato sulla mia app legata allo SPID. Oddio, ma non ho mai usato l'app per la PEC, la leggo sul PC! Sconsolato, guardo comunque sul mio smartphone e scopro che invece ho l'app del mio fornitore di PEC. Probabilmente l'avrò installata quando ho chiesto SPID, mi consolo, e penso che, meno male, il problema è risolto. Apro l'app e questa però mi chiede, per generare un OTP, di inserire il mio codice di sblocco. Di nuovo grandi punti interrogativi si annuvolano sulla mia testa. Che sarà mai? Faccio un po' di ricerca nella mia posta elettronica e sul sito della PEC per cercare questo codice di sblocco, ma nulla. A questo punto, interrogo la rete, mentre già penso che non farò mai in tempo. Capisco che il codice di sblocco viene generato all'atto dell'installazione della app, ma per qualche motivo non devo averlo annotato insieme alle altre credenziali.

Alla fine mi decido al gesto estremo: scollegare la app dall'identità elettronica legata alla mia PEC e riconnetterla. Hic terra incognita: non so quali possano essere le conseguenze e quanto tempo ci vorrà, ma non ho scelta e mi butto. Mi chiede di nuovo username e password della PEC (provate ad inserire una password molto robusta tipo D4HALs~RVepw.aV& - tranquilli, non è quella vera - con uno smartphone che dopo 2 secondi ti nasconde il simbolo digitato, poi parliamo di stress...), successivamente il codice di conferma inviato via SMS e poi posso finalmente generare questo codice di sblocco. Questa volta me lo annoto gelosamente, esco e rientro dall'app ed ho finalmente il mio OTP.

Di nuovo al browser, inserisco l'OTP sperando di essere ancora nei 20 minuti: ho tenuto d'occhio l'orologio e, come in un film, sono proprio agli sgoccioli. Clicco per entrare e come un pugno nello stomaco mi appare una schermata da sviluppatore, che in gergo inglese da programmatore mi comunica che un certo servizio non funziona. Ma porc... eppure sono ancora nei tempi... OK ormai è andata, ma provo comunque a ricaricare la pagina pensando che magari il sistema è stato un po' “duro d'orecchi” al primo tentativo. Il sistema, tornato in sé, mi avvisa gentilmente che “c'è stato un errore” (ah sì? ma guarda un po', non me n'ero accorto!) e mi intima di non cliccare né su ricarica né su avanti né su indietro. Sono un po' testardo e penso che peggio di così non può andare e quindi con i pulsanti di navigazione provo ad andare qualche passo indietro. Per un po' il sistema risponde sempre nello stesso modo, ma quando rientro nella schermata di accesso mediante SPID invece mi ripropone la scelta del fornitore di SPID con cui accedere. Timidamente speranzoso ci riprovo, username e password, ok, mi chiede l'OTP, lo genero sullo smartphone e lo digito, poi premo invio e resto in attesa del verdetto... un attimo di suspense.... sono entrato!

A questo punto la strada è abbastanza in discesa: mi chiedono di nuovo il mio comune di residenza. Non capisco bene perché dal momento che si tratta di un’informazione che dentro SPID posseggono e me l'hanno già chiesta all'inizio della procedura, ma a questo punto uno non sta tanto a sottilizzare. Poi – ma solo a fini statistici – per quale tipologia di bene/servizio voglio il buono e le caratteristiche del bene/servizio per cui intendo usarlo. Alla fine ce l'ho fatta.

È chiaro che così non può funzionare. Il mio livello di esperienza e conoscenza con questi servizi è assolutamente al di là di quanto gran parte della popolazione possiede.

La trasformazione digitale condotta in questo modo sarà la più grande emarginazione di massa della storia o la più grande manipolazione di massa della storia. O tutt'e due insieme. Cambiamo strada prima che sia troppo tardi.

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" il 4 novembre 2020.

venerdì 23 ottobre 2020

A Public Digital Infrastructure for Schools and Universities

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

In an increasingly digital society, the basic infrastructure for communication, data sharing and exchange is taking on ever greater strategic importance. In many industrialized countries, the digital infrastructure operating in sectors of central public interest is provided and controlled by the state. This became quite evident during the recent public health emergency. In France, for example, the government activated a dedicated service for its employees' video conferencing needs, hosted on state-owned servers, to better protect the confidentiality of communications. It did the same for the school sector.

In Italy, the GARR consortium was established to provide a high-performance network for teachers, researchers and students at Italian universities and research institutions. Over recent years it has developed deep expertise in designing and deploying cloud technology solutions that can be managed efficiently and effectively, thanks to the high degree of automation that only well-engineered computing makes possible. This allows them to create and manage virtual servers in a highly staff-efficient manner. In addition, a service called DaaS (Deployment as a Service) has been introduced, enabling those without systems administration skills or knowledge of virtualisation techniques to create instances of useful collaborative working applications on the same cloud platform, chosen from a catalogue. For instance, in just a few steps one can activate a personal instance of Moodle (an open source e-learning environment) and then manage it independently.

ISTAT and the Italian Statistical Society use this infrastructure to run the Statistics Olympiad. During the lockdown period, cloud services were made available to schools through this infrastructure to support remote learning via the website iorestoacasa.work. All of these services are based on open source software, with the attendant guarantees regarding security and data handling.

The platform's technological architecture is federated, meaning that resource availability can be extended in a modular fashion: institutions wishing to support the initiative can contribute by creating their own cloud region with a number of servers, which are automatically integrated into the federation and managed as a unified whole. This could serve as the foundation on which to develop services for Italian institutions — starting with those historically and culturally closest to the consortium: universities, research bodies, and schools.

Building such an infrastructure for the school and university sectors would allow organisations in the academic and educational world to own and manage a platform under their own control for all remote collaborative work and teaching activities, rather than being obliged to rely on commercial solutions. On these virtual cloud machines, open source applications can be installed for video conferencing (comparable to proprietary offerings such as Zoom or Skype), e-learning (comparable to MS Teams), file storage and sharing (comparable to Dropbox), office productivity (comparable to Google Docs), and video distribution (comparable to YouTube) — with greater control over privacy and content on the part of the operator, and without being subject to the policy and jurisdictional choices of third parties.

For guidance on open source applications to install in place of the better-known proprietary solutions mentioned above, one can consult this site, or this one, or indeed this other one.

A public community that does not develop and control its own infrastructure for managing and exchanging data and expertise will pay an enormous price in terms of its ability to choose its own direction of development, growing ever more dependent on systems and knowledge that do not belong to it, and subject to the surveillance of those who control the infrastructure it uses.

It should also be borne in mind that building infrastructure "in-house," rather than procuring it as services "on the market," means creating an asset that not only remains available beyond the end of the amortisation period, but also supports the growth and dissemination of technical expertise that is invaluable for the development of the Italian economy, which will rely increasingly on the digital sector. This produces a multiplier effect of enormous importance, in which experiences and services not only benefit the user community but also increase the value of the infrastructure itself. The alternative — procuring the same services as current expenditure — generates only increased consumption with no effect on local economic growth.

What GARR has achieved so far is an initial demonstration that this approach can work. Making it available to the full potential range of stakeholders will obviously require equipping GARR with adequate material resources (hardware, power, cooling, maintenance) and human resources (technical staff, administrative staff, managers), to be secured in addition to the consortium's current budget. The involvement of both the Ministry of Education and the Ministry of Universities and Research, as the reference institutions for these sectors, will also be necessary.

A preliminary quantitative estimate for the school sector alone puts the cost at approximately €3.5 million per year — €2 million for hardware and operations and €1.5 million for staffing (around 30 positions for systems management of the infrastructure) — on the assumption of providing around 300,000 classrooms with 40GB of storage space each, served by an overall pool of approximately 30,000 virtual machines. In the 2016–17 academic year, Italy had approximately 331,000 classrooms. Greater capacity can be provided at proportionally higher cost. Comparable estimates will need to be made for the university sector.

In terms of organisational model, consideration must be given to the need to provide interested users with access to people capable of managing the applications installed in the cloud according to the organisation's needs. Creating a virtual machine and installing the necessary apps is only the first step, and is handled by the systems staff identified above. Managing this "environment" and supporting the organisation in developing its use requires competencies that are essential for the effectiveness of the technological infrastructure but are not easily available — particularly in the school sector. However, they can be found fairly readily for the GARR solution, which is based entirely on open source software, given that Italy has a large community of professionals and companies with expertise in this area. What would be needed here is a standard service catalogue, which could be drawn up in agreement with sector associations and to which CINI (the National Inter-University Consortium for Informatics) could contribute scientific support. The funding to pay for such services should be the subject of additional, dedicated allocations within the country's digital transformation investment programmes.

The full development of this infrastructure would likely be achievable with around one hundred million euros. In recent weeks there has been much discussion of the European funds expected to arrive to revive the Italian economy — roughly one hundred billion (not million!) euros. What better opportunity, then, to build solutions that free our country from the overwhelming dominance of big tech (now under scrutiny from American policymakers too) and spread knowledge that is extraordinarily valuable for our future development?

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The original version (in italian) has been published by "Key4Biz" on 19 October 2020.

Un’infrastruttura digitale pubblica per scuola e università

di Enrico Nardelli

(english version here)

In una società sempre più digitale le infrastrutture di base per la comunicazione, la condivisione e lo scambio dei dati assumono una rilevanza strategica sempre maggiore. In molti paesi industrializzati le infrastrutture digitali operanti nei settori di interesse centrale per la società sono fornite e controllate dallo Stato. Si è visto in modo abbastanza chiaro nel recente periodo di emergenza sanitaria. In Francia, ad esempio, il governo ha attivato per le teleconferenze dei suoi dipendenti un servizio proprio, ospitato su server statali, a maggior protezione della riservatezza delle comunicazioni. Lo stesso ha fatto per il settore scolastico.

In Italia il consorzio GARR è nato per fornire la rete ad alte prestazioni per docenti, ricercatori e studenti delle università e degli enti di ricerca italiani. Nel corso degli ultimi anni ha poi maturato approfondite competenze per la realizzazione ed il dispiegamento di soluzioni in tecnologia cloud, gestibili in modo efficiente ed efficace, grazie a quell’elevata automazione che solo un’informatica ben realizzata consente di ottenere. Possono così creare e gestire server virtuali in modo molto efficiente in termini di utilizzo di personale. In aggiunta a questo, è stato introdotto un servizio, denominato DaaS (Deployment as a Service), che consente a chi non è un sistemista o è digiuno di tecniche di virtualizzazione, di creare sulla stessa piattaforma cloud istanze di applicazioni utili per il lavoro collaborativo, scelte da un catalogo. Ad esempio, in pochi passi si può attivare una propria istanza di Moodle (un ambiente open source di tele-didattica) e poi gestirla in autonomia.

L’ISTAT e la Società Italiana di Statistica utilizzano tale infrastruttura per l’effettuazione delle Olimpiadi di Statistica. Durante il periodo di quarantena, mediante questa infrastruttura sono stati messi a disposizioni delle scuole servizi cloud che le hanno aiutate nella didattica a distanza sul sito iorestoacasa.work. Sono tutti servizi basati su software open source, con le conseguenti garanzie relative alla loro sicurezza ed al trattamento dei dati.

L’architettura tecnologica della piattaforma è di tipo federato, per cui è possibile estendere la disponibilità di risorse in modo modulare: istituzioni che vogliono supportare l'iniziativa possono contribuire creando una propria regione cloud con un certo numero di server, che vengono integrati, in modo automatico, nella federazione e gestiti in forma unitaria. Essa potrebbe essere la base sulla quale sviluppare servizi per le istituzioni italiane, a partire da quelle storicamente e culturalmente più vicine al consorzio, quelle dell'università e ricerca e della scuola.

Realizzare una tale infrastruttura per i settori della scuola e dell’università consentirebbe alle organizzazioni del mondo scolastico o accademico di poter avere e gestire una piattaforma controllata da loro stessi per tutte le attività di lavoro e didattica collaborativi a distanza, invece di doversi necessariamente affidare a soluzioni commerciali. Su tali macchine virtuali in cloud possono essere installate applicazioni open source di tele-conferenza (tipo quelle proprietarie offerte da, p.es., Zoom o Skype), tele-didattica (tipo MS Teams), archiviazione e condivisione file (tipo DropBox), automazione d'ufficio (tipo Google Docs), distribuzione video (tipo YouTube), con un maggior controllo da parte del gestore sulla privacy e sui contenuti e senza essere sottoposti a scelte politiche e giurisdizionali altrui.

Per indicazioni su applicazioni open source da installare al posto delle più note soluzioni proprietarie sopra indicate si può consultare questo sito, oppure questo, o anche quest'altro.

Una comunità pubblica che non sviluppa e controlla una propria infrastruttura di gestione e scambio di dati e competenze pagherà un prezzo enorme in termini di possibilità di scegliere la sua direzione di sviluppo perché sarà sempre più dipendente da sistemi e conoscenze che non le appartengono, soggetta alla sorveglianza di chi controlla le infrastrutture usate.

Va inoltre considerato che la realizzazione di infrastrutture "in casa", al posto della loro acquisizione sotto forma di servizi "sul mercato", vuol dire costruire un patrimonio che non solo rimane a disposizione anche dopo la fine del periodo di ammortamento ma che supporta la crescita e la diffusione di conoscenze tecniche preziose per lo sviluppo dell'economia italiana, che si poggerà sempre di più sul digitale. Si ottiene così con un effetto moltiplicativo di enorme importanza, nel quale esperienze e servizi oltre a produrre benefici sulla comunità degli utenti incrementano il valore dell'infrastruttura stessa. In alternativa a tale scelta di investimento, l'acquisizione degli stessi servizi in conto spese correnti determina solo un incremento di consumi senza effetti sulla crescita del territorio.

Quanto realizzato sinora dal GARR è la dimostrazione iniziale che questa strada può funzionare. Renderne la fruizione possibile a tutta la potenziale platea degli attori richiede ovviamente di dotare il GARR di adeguate risorse materiali (macchine, energia, condizionamento, manutenzione) e umane (tecnici, amministrativi, responsabili), che vanno reperite in aggiunta all'attuale budget del consorzio. È inoltre necessario coinvolgere sia il Ministero dell’Istruzione che quello dell’Università e Ricerca, come istituzioni di riferimento per questi settori.

Una prima stima quantitativa per il solo mondo scolastico porta ad una valutazione di circa 3,5 milioni di euro l'anno, di cui 2Meuro per materiale ed esercizio e 1,5Meuro per personale (circa 30 unità, per la gestione sistemistica dell'infrastruttura), ipotizzando di dotare circa 300.000 classi di 40GB di spazio storage ognuna, e servendole con un pool complessivo di circa 30.000 Macchine Virtuali. Nell'a.s. 2016-17 in Italia si contavano circa 331.000 classi. Maggiori risorse possono essere garantite con costi linearmente corrispondenti. Per il mondo dell'università vanno fatte analoghe stime.

In termini di modello organizzativo, va considerato che andrà fornita agli utenti interessati la disponibilità di persone in grado di gestire le applicazioni installate in cloud secondo le esigenze dell'organizzazione. Creare una macchina virtuale ed installarvi le app necessarie è solo il primo passo e viene garantito dal personale sistemistico sopra individuato. La gestione di tale "ambiente" accompagnando l'organizzazione nello sviluppo del suo uso richiede competenze che sono essenziali per l'efficacia dell'infrastruttura tecnologica ma che, soprattutto nel mondo della scuola, non sono facilmente disponibili. Possono però essere trovate abbastanza facilmente per la soluzione GARR, basata interamente su software open source, dal momento che abbiamo in Italia una vasta comunità di professionisti ed aziende esperti del settore. Qui bisognerebbe mettere a punto un catalogo standard di servizi che potrebbe essere concordato con le associazioni di settore ed a cui potrebbe contribuire il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) per un supporto scientifico. Le risorse economiche per il pagamento di tali servizi dovrebbero essere oggetto di dotazioni aggiuntive ad-hoc nell'ambito degli investimenti sulla trasformazione digitale del Paese.

Un completo sviluppo di questa infrastruttura sarebbe probabilmente possibile con un centinaio di milioni di euro. Si sta parlando in queste settimane dei fondi europei che dovrebbero arrivare per rilanciare l’economia italiana, circa un centinaio di miliardi (non milioni!) di euro. Quale migliore opportunità allora per costruire soluzioni che affranchino il nostro Paese dallo strapotere delle big tech (sotto scrutinio anche da parte della politica americana) e diffondere una conoscenza preziosissima per il nostro futuro sviluppo?

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" il 19 ottobre 2020.

sabato 25 luglio 2020

The Broken Promises of Digital Automation

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

The history of automation in the evolution of Western societies is a fascinating one. I am no more than an amateur historian, but we have certainly seen, over the centuries, social change and automation advance together — making certain aspects of life more comfortable and allowing many people to improve their living conditions.

Consider domestic life alone (though similar arguments can be made for working life). Until the middle of the last century, the household of a member of the professional middle class would still employ a number of domestic servants, responsible for all the tasks that need to be carried out in any home. Until the spread of the telephone — which began around the turn of the nineteenth and twentieth centuries — even conveying a message to a relative nearby required either a visit or the sending of a messenger. The number of servants naturally varied according to the income of the head of the household (almost invariably a man), and all of them reported to his wife — who was, to all intents and purposes, a genuine business manager (which may explain why women-led startups are more profitable than those led by men).

The twentieth century is the one in which automation grows with ever-increasing momentum, as household appliances supplant their human counterparts and enable women's emancipation from domestic chores. Things do not go smoothly from the outset — a washing machine is merely a piece of metal infinitely less intelligent than a servant capable of doing the laundry according to the mistress of the house's instructions, applied flexibly by their own judgment. Yet the efforts of manufacturers to produce comprehensible, easy-to-use appliances, combined with people's adaptability in using these devices for what they are actually able to do, mean that many "technological marvels" genuinely make life more comfortable today — and have allowed people who would once have been servants for life to build a more fulfilling life for themselves and their families.

With the advent of electronic automation — which quickly becomes digital automation — the trend reverses. The problem is that machines begin to operate in a context characterised by perception of the external world and decision-making based on its interpretation, a situation that is extremely difficult to manage without human intelligence, unless one is operating in very narrow domains. Industrial automation, from the 1980s onwards, does indeed make giant strides — just think of how many production processes have become fully robotised. Meanwhile, in our homes during that same period, we are wrestling with video recorders that stubbornly refuse to record our favourite programmes.

Then comes personal informatics, gradually embedded in every device — from household appliances to mobile phones — and in every service, from banks to public administration counters.

And this is where the great betrayal takes place.

People are left at the mercy of monstrously complicated mechanisms that give no indication of their internal state and offer no means of understanding what is happening. They are forced to follow, like puppets, lists of incomprehensible actions which they carry out religiously, hoping not to make a mistake, while the more superstitious accompany each step with apotropaic gestures ("you never know!"). The result is that we — who are supposed to be the masters of our machines — find ourselves transformed into slaves with no way out.

Alongside this, companies large and small (and the larger they are, the worse it gets) make a mockery of our privacy, prying into everything we do and listening to everything we say (and before long we will discover they are video-recording us too).

Digital automation, made possible by informatics, in the general absence of any industrial policy in this sector, is not being applied to make our lives better — it is making them worse. We work more and under greater stress, particularly those of us doing knowledge work. We used to have staff to handle more operational tasks — physically typing a letter, registering it, and posting it. Now, marvel of the digggital age (the three g's are intentional!), we must do all of this ourselves — while losing time trying to figure out whether the recipient's address is the right one, whether the network connection is working, whether our organisation's automated document management system requires us to tick this or that box, and so on.

To be clear: I am not complaining because I no longer have secretarial support. I am objecting because digital automation has not been delivered as promised — it has not liberated us but enslaved us, destroying our free time. "Productivity" has increased, but the benefits have not been fairly distributed (see chart below).

In the early 2000s, we find ourselves in exactly the same kind of situation. The same promises keep being made, but the reality — which we have now experienced firsthand — is terribly different.

I have no need of intelligent digital services that deploy sophisticated algorithms trying to anticipate what I might want. What I need are services that do a few things — the things I actually need — but do them consistently well, without wasting my time, and — as a domestic servant of the last century would have done — protect me and my family from undue intrusion.

In short: digital automation that is "simple, but respectful and trustworthy."

Let us start from there.

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The original version (in italian) has been published by "Key4Biz" on 22 June 2020.

venerdì 24 luglio 2020

The Law of the Social Impact of Digital Technology

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

The Law of the Social Impact of Digital Technology – "The social impact of digital technology is unpredictable, even taking into account the Law of the Social Impact of Digital Technology."

This variation on Hofstadter's Law (by the unforgettable author of Gödel, Escher, Bach) about planning activities — "Any task takes longer than you think, even taking into account Hofstadter's Law" — came to me some time ago, when I was taking part in the debate on digital contact tracing applications for managing the Covid-19 pandemic. Centralised or decentralised, anonymous or pseudonymous, voluntary or compulsory, from the most unbridled individual freedom to the most Orwellian social control.

I took part in some more technical discussions and contributed some information on the relevant legislative provisions, but a growing conviction has been taking hold within me that most people do not fully appreciate how delicate the intersection between digital technology and human society is — and therefore how much caution ought to be exercised.

Personally, I tend to find this lack of understanding forgivable, because the bulk of humanity has been living with digital tools for barely two decades, during which governments have done very little to teach any fundamental concepts. At the same time, these are technologies more disruptive than the printing press, more revolutionary than the industrial revolution.

If we look with a degree of detachment at the evolution of humanity over the last five thousand years — roughly the period in which civilisations somewhat more socially developed than a tribe first emerged — we realise that technological advances had the chance to be absorbed and digested over generation after generation, during which societies had time to adapt their social structures to what was happening.

With the spread of digital technology, however, something different has occurred: in a very short space of time, a couple of laws of nature have been overturned — laws that, for better or worse, have always governed our existence.

The most important is the one that reminds us that everything, sooner or later, comes to an end. Every living being eventually dies, and with their death their actions and relationships often fade into oblivion. In our digital lives this does not happen, and as digital representations grow ever more sophisticated, this overturning clashes increasingly with common sense. Of course, even centuries ago we had statues reminding posterity of the features and deeds of famous figures — but now digital eternity is within everyone's reach.

Second — and connected to the first "subversive" element — there is the breaking down of spatial and temporal barriers, which makes the replication of any digital artefact virtually instantaneous and ubiquitous. Our "digital double" can be replicated as many times as desired, wherever desired, effortlessly — something that until now was only possible for the gods.

As a result of the dismantling of these two "Pillars of Hercules," a digital secret — once revealed — will live forever and spread across the entire world. It is no coincidence that the fundamental natural right to be forgotten required explicit legislation before it could be recognised by the digital society. And it did not happen immediately, and it did not happen without casualties: lives were shattered before a remedy was found.

Having demolished these insurmountable limits within the brief span of a single generation, we have found ourselves in entirely uncharted territory, at risk of meeting the fate of Ulysses in Dante's Inferno

:
Three times it whirled her round with all the waters,
the fourth time lifted up the stern on high,
and plunged the prow below, as pleased Another,
until the sea had closed above us.

The problem is expressed by the Law I stated above: we cannot grasp the impact of this technology because it is too "alien" to us (listen again to these reflections on the Internet by David Bowie from ten years ago), and because the exponentially growing combination of interactions between technologies and situations lies beyond our capacity for comprehension.

And yet we ought to know — given that from naked apes we have transformed ourselves into the (near) lords and masters of this planet — that everything that is available will be exploited in every possible way. And we are not in a position to foresee the consequences. The possible combinations and interactions would therefore call for proceeding with the utmost caution — whereas instead we seem to be running blindfolded toward the edge of a cliff.

So let us try to be very, very careful every time we pick up the "magic wand" of the digital. We risk finding ourselves in the same situation as the sorcerer's apprentice — but without a master capable of setting things right.

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The original version (in italian) has been published by "Key4Biz" on 21 July 2020.

La legge dell'impatto sociale della tecnologia digitale

di Enrico Nardelli

(english version here)
La legge dell’impatto sociale della tecnologia digitale – «L'impatto sociale della tecnologia digitale è imprevedibile, anche tenendo conto della Legge dell'impatto sociale della tecnologia digitale.»

Questa variazione della Legge di Hofstadter (l'indimenticabile autore di "Gödel, Escher, Bach") sulla pianificazione delle attività («Per fare una cosa ci vuole sempre più tempo di quanto si pensi, anche tenendo conto della Legge di Hofstadter») mi è venuta in mente qualche tempo fa, quando partecipavo al dibattito sulle applicazioni di tracciamento digitale dei contatti per la gestione della pandemia del Covid-19. Centralizzato o decentralizzato, anonimo o pseudonimo, volontario od obbligatorio, dalla libertà individuale più sfrenata al controllo sociale più orwelliano.

Ho partecipato ad alcune discussioni più tecniche e dato qualche contributo informativo sulle disposizioni legislative in merito, ma sempre più forte sta crescendo dentro di me la convinzione che la maggior parte delle persone non si rende conto fino in fondo di quanto sia delicata l'intersezione tra la tecnologia digitale e la società umana (e, quindi, di quanta prudenza andrebbe adoperata).

Personalmente tendo a giustificare tale incomprensione, perché il grosso dell'umanità convive con strumenti digitali da neanche un ventennio, nel quale molto poco è stato fatto dai governi per insegnare qualche concetto fondamentale. D’altro canto, si tratta di tecnologie più dirompenti di quella della stampa a caratteri mobili, più sconvolgenti della rivoluzione industriale.

Se guardiamo con un po' di distacco l'evoluzione dell'umanità negli ultimi cinquemila anni (grosso modo il periodo in cui sono nate civiltà un po' più socialmente evolute di una tribù) ci rendiamo conto che i progressi tecnologici hanno avuto modo di essere assorbiti e digeriti per generazioni e generazioni, nel corso delle quali le società avevano il tempo di adattare le loro strutture sociali a quanto stava accadendo.

Con la diffusione della tecnologia digitale è invece accaduto che in brevissimo tempo sono state sovvertite un paio di leggi della natura che, nel bene e nel male, hanno sempre regolato la nostra esistenza.

La più importante è quella che ci ricorda che ogni cosa, prima o poi, finisce. Ogni essere vivente prima o poi muore e con la sua morte spesso cadono nell'oblio le sue azioni e le sue relazioni. Nella nostra vita digitale ciò non succede, e man mano che le rappresentazioni digitali diventano sempre più sofisticate questo sovvertimento urta sempre più in conflitto con il senso comune. Certo, anche secoli fa avevamo statue che ricordavano ai posteri fattezze e gesta dei personaggi famosi, ma adesso l'eternità (digitale) è alla portata di tutti.

In secondo luogo – e connesso con il primo elemento "sovversivo" – vi è il superamento delle barriere spazio-temporali che rendono la replicazione di qualunque artefatto digitale pressoché istantanea e ubiqua. Il nostro "doppio digitale" può essere replicato quante volte si vuole, dove si vuole, senza fatica, obiettivo possibile solo agli dèi, prima d'ora.

A causa del superamento di queste due “colonne d'Ercole” un segreto digitale – una volta svelato – vivrà in eterno ed in tutto il mondo. Non è un caso che il fondamentale diritto naturale all'oblio ha avuto bisogno di un'esplicita normativa per poter essere riconosciuto dalla società digitale. E non è accaduto subito, e non è accaduto in modo incruento: esistenze sono state spezzate prima di arrivare a porvi rimedio.

L'aver scardinato questi limiti invalicabili nel rapido spazio di una sola generazione ci ha portati in un territorio del tutto inesplorato, in cui rischiamo di fare la fine di Ulisse nell'inferno dantesco:
Tre volte il fé girar con tutte l’acque
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.
Il problema è espresso dalla Legge che ho sopra enunciato, cioè che non riusciamo a capire l'impatto di questa tecnologia perché troppo "aliena" rispetto a noi (riascoltate questa riflessioni su Internet di David Bowie di 10 anni fa) e perché la combinazione a crescita esponenziale delle interazioni tra tecnologie e situazioni va al di là delle nostre possibilità di comprensione.

Eppure dovremmo sapere, visto che da scimmie nude ci siamo trasformati nei (quasi) signori e padroni di questo pianeta, che tutto quello che è disponibile verrà sfruttato in tutti i modi possibili. E non siamo in grado di prevederne le conseguenze. Le possibili combinazioni ed interazioni richiederebbero quindi di procedere con piedi di piombo, mentre invece sembra che stiamo correndo bendati verso il precipizio.

Dunque, cerchiamo di essere molto, ma davvero molto, prudenti ogni volta che prendiamo in mano la "bacchetta" del digitale. Rischiamo di trovarci nella stessa situazione dell'apprendista stregone, ma senza un maestro in grado di rimettere le cose a posto.

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" il 21 luglio 2020.

mercoledì 1 luglio 2020

Il nostro “doppio digitale” necessita di diritti costituzionali?

di Enrico Nardelli

(english version here)

Nel corso degli ultimi settant’anni l’informatica, la scienza che ha reso possibile la realizzazione del mondo digitale, ha causato una rivoluzione sociale di portata inaudita, i cui effetti non sono stati ancora compresi nella loro pienezza.

Lo ha ribadito di recente Antonello Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, nel discorso di presentazione della relazione annuale 2019 dell’Autorità, descrivendo l’innovazione digitale come «...“fatto sociale totale” capace di inscrivere in nuove coordinate un’intera costruzione del mondo e la sua stessa antropologia» e ricordando «l’insidiosa vulnerabilità del nostro io digitale».

Ho quindi riflettuto, da comune cittadino ma anche da esperto di informatica, se questo nuovo “fatto sociale totale” sia adeguatamente considerato a livello costituzionale.

Altre innovazioni (p.es., la televisione e l'aeroplano) hanno cambiato la nostra società in modo incredibile nello stesso periodo. Le esigenze umane su cui esse hanno effetto, però, essendo state tutelate dalla nostra Costituzione non in riferimento alla tecnologia con cui possono essere soddisfatte ma in relazione ai diritti fondamentali che esprimono, non hanno avuto bisogno di nessun adattamento, nonostante gli avanzamenti della tecnica. Poter comunicare con qualcuno o raggiungere fisicamente un posto sono, ad esempio, esigenze imprescindibili per una compiuta espressione delle relazioni sociali, ma gli artt. 15 e 16 della Costituzione mantengono intatta tutta la loro validità, pur avendo noi oggi a disposizione strumenti di comunicazione e sistemi di trasporto difficilmente prevedibili dai padri costituzionali.

L’avvento prima dell’elettronica e poi dell’informatica ha trasformato profondamente anche il mondo dei media, ma quanto scritto nell’art. 21 non ha avuto bisogno di alcun cambiamento. Si è discusso e si discute, è vero, se le reti sociali rese possibili da Internet non debbano ricevere una menzione nella nostra carta fondativa, ma sinora non c’è alcuna definitiva conclusione.

In prima approssimazione potrebbe quindi sembrare che non ci sia niente di nuovo.

L’inviolabilità della nostra libertà personale, così come del nostro domicilio e delle nostre comunicazioni, continua a rimaner garantita nella sfera digitale dagli stessi articoli (artt. 13, 14 e 15) che la assicurano nel mondo fisico.

Osservo, però, che l’insieme dei nostri dati digitali, aggregati e correlati, costituisce ciò che chiamo il nostro “doppio digitale” ovvero la proiezione di noi stessi in quella nuova dimensione del mondo che si è manifestata in tutta la sua importanza solo con lo sviluppo della tecnologia digitale.

Questo elemento è stato enfatizzato nel discorso di Soro, quando ha ricordato che «La traslazione, mai così totalizzante, della nostra esistenza individuale e collettiva nella dimensione immateriale del web, espone infatti ciascuno di noi – in primo luogo attraverso i propri dati – alle sottili ma pervasive minacce di una realtà, quale quella digitale, tanto straordinaria quanto poco presidiata» e che «la protezione dati, regolando le condizioni per la circolazione di ciò che, come il dato, rappresenta l’elemento costitutivo del digitale, si è rivelata un presupposto ineludibile di ogni possibile equilibrio tra l’uomo e la tecnica».

Mi chiedo, allora: se questo aspetto è qualcosa che ha arricchito il tipo di persone che siamo, perché non viviamo e non esistiamo più soltanto nello spazio fisico, ma abbiamo delle estensioni, delle proiezioni, nel mondo digitale, chi presidia questa realtà così importante?

Certo, abbiamo il GDPR (General Data Protection Regulation – il regolamento europeo per la protezione dei dati personali), una norma di cui in Europa possiamo essere fieri per come definisce con precisione e rigore i limiti dell’utilizzo della miriade di byte che ci lasciamo dietro interagendo a piè sospinto con dispositivi e sistemi digitali, e la normativa italiana in materia, di cui l’Autorità presieduta da Soro è il sommo custode.

Mi interrogo, però, se non ci siano dei diritti non presidiati dall’attuale Costituzione. Non è, forse, rimasto sguarnito il diritto a preservare la nostra identità, che a questo punto non si estrinseca più soltanto nel mondo fisico ma anche in quello digitale?

L’art. 22 protegge alcuni aspetti relativi all’identità: cittadinanza, nome, capacità giuridica. Al momento in cui è stata scritta, questi aspetti erano tutto quello che serviva. L’esplosione del mondo digitale ne ha però messo in luce altri, quelli relativi alla “proiezione digitale della nostra identità”, che forse potrebbero richiedere una tutela dello stesso rango legislativo. Non perché siano “nuovi”: l’umanità registra dati sul mondo da migliaia se non decine di migliaia di anni. Ma perché dall’essere una componente del tutto trascurabile della nostra esistenza ne sono diventanti una parte rilevante ed importante e, come ci ha purtroppo insegnato l’emergenza sanitaria di questo periodo, di cui non si può più disinteressare.

Sempre Soro ha osservato la natura particolarmente delicata di quest’area, evidenziando che «La devoluzione alla dimensione immateriale di pressoché tutte le nostre attività non è un processo neutro, ma comporta, se non assistito da adeguate garanzie, l’esposizione a inattese vulnerabilità in termini non solo di sicurezza informatica ma anche di soggezione a ingerenze e controlli spesso più insidiosi, perché meno percettibili di quelli tradizionali.»

In astratto, la dimensione dei dati è sempre esistita, ma in concreto ha sempre avuto uno “spessore” trascurabile. L’esplosione dei sistemi digitali l’ha però enormemente accresciuta (e sempre di più lo farà in futuro) ed è ormai componente integrante e costitutiva della nostra vita personale e sociale.

Questa fortissima ed incontrollata crescita della dimensione dei dati è stata rimarcata dallo stesso Soro che, in una precedente occasione, ha sottolineato che «Bisogna promuovere una forte regolazione del digitale ... per proteggere i dati più rilevanti ... e costruire garanzie ulteriori» e che pertanto «il primo punto è proteggere la persona digitale».

Non sono quindi l’unico a pensare che sia giunto il momento di predisporre “adeguate garanzie”.

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Versione originale pubblicata su "Key4Biz" il 26 giugno 2020.