(english version here)
Avevo raccontato, in un precedente articolo, come il rapporto UNESCO del 2023 avesse suonato un primo, drammatico campanello d’allarme definendo l'Ed-Tech (cioè l’uso di strumenti digitali nel sistema dell’istruzione) una "tragedia" dai costi immensi e dai benefici pressoché nulli.
Il 15 gennaio 2026, davanti alla Commissione per il Commercio, la Scienza e i Trasporti del Senato degli Stati Uniti, il dottor Jared Cooney Horvath, neuroscienziato esperto di apprendimento e tecnologia, ha raccontato un’altra tragedia silenziosa, quella di un’intera generazione sacrificata sull’altare della tecnologia digitale.
Horvath, direttore di LME Global e autore del volume The Digital Delusion (L'illusione digitale), non è né un tecnofobo né un nostalgico. È uno studioso che ha passato anni ad analizzare decine di migliaia di ricerche sull’uso del digitale nell’istruzione.
Per oltre un secolo abbiamo dato per scontato che ogni generazione fosse più intelligente della precedente. È il cosiddetto "Effetto Flynn". Ma Horvath ha presentato dati agghiaccianti: a partire dalla metà degli anni 2000 lo sviluppo cognitivo dei giovani nel mondo sviluppato ha smesso di crescere. In molti casi, è tornato indietro.
Horvath non si è limitato alle parole. Ha portato davanti alla commissione, che ha condotto un’audizione pubblica (qui il video integrale) sul tema "Plugged Out: Examining the Impact of Technology on America's Youth" (= Scollegàti: esaminare l'impatto della tecnologia sui giovani americani), i dati di grandi studi internazionali che coinvolgono milioni di studenti in decine di paesi. Si tratta del PISA (Programme for International Student Assessment), l’indagine triennale sul livello di preparazione degli studenti di 15 anni, del TIMSS (Trends in International Mathematics and Science Study), uno studio che analizza le tendenze internazionali nell’apprendimento di matematica e scienze, e del PIRLS (Progress in International Reading Literacy Study), un’indagine internazionale che valuta le competenze di lettura degli studenti della scuola primaria.
La conclusione è uniforme: una maggiore esposizione quotidiana agli strumenti digitale corrisponde costantemente a punteggi più bassi in lettura, matematica e scienze. Più tempo si passa davanti allo schermo, peggiori sono le prestazioni. I dati sono disponibili all’interno della sua testimonianza scritta.
So benissimo che la correlazione non è causazione, ma mi sembra oggettivamente difficile individuare cause diverse dalla diffusione massiccia della tecnologia digitale nella scuola. E, in ogni caso, il principio di precauzione suggerisce l’opportunità di riconsiderare attentamente la situazione.
D’altro canto, quanto ha riportato Horvath è in accordo con molti studi indipendenti relativi alla lettura e scrittura con dispositivi digitali.
Per la lettura: la comprensione del testo e la sua ritenzione risultano più solide su carta che su schermo, in particolare per testi complessi o lunghi. La stabilità spaziale, la riduzione dello scorrimento e l'interazione fisica con la pagina di carta supportano la formazione della memoria e la comprensione. La letteratura scientifica su questo punto è cospicua e convergente. Una meta-analisi di 49 studi pubblicata nel 2024 ha ribadito che gli studenti che leggono su carta ottengono costantemente punteggi più alti nei test di comprensione rispetto a quelli che leggono lo stesso materiale su schermo. Qui una descrizione informale di quello che viene chiamato “effetto di inferiorità dello schermo”.
Per la scrittura: prendere appunti a mano è superiore, per l'apprendimento a lungo termine, al prendere appunti al computer. A partire dal pionieristico studio di Mueller & Oppenheimer del 2014 (dal significativo titolo “La penna è più potente della tastiera) fino al recente articolo di neuroscienziati italiani del 2025, le evidenze sono concordi. Mentre digitare su una tastiera incoraggia la trascrizione letterale e un'elaborazione superficiale, scrivere a mano impone sintesi, comprensione e riorganizzazione dei concetti, ed è quindi superiore in un contesto educativo.
Horvath ha esaminato quasi 400 meta-analisi, che coprono oltre 21.000 studi di ricerca relativi all’uso delle tecnologie digitali per l’insegnamento. La maggior parte di queste ottiene risultati al di sotto dell'efficacia della normale istruzione in classe. In altri termini: un buon insegnante che fa lezione in modo tradizionale produce risultati migliori di quasi tutti gli strumenti digitali analizzati dalla letteratura scientifica.
Solo in contesti molto limitati — esercitazioni adattive per competenze di base e interventi di recupero mirati — gli strumenti digitali riescono ad avvicinarsi a risultati significativi. In questi casi funzionano perché supportano la ripetizione di esercizi in ambiti ben definiti, non perché migliorino l'apprendimento profondo.
Le motivazioni di ciò sono nelle neuroscienze. Quando l'attenzione è ripetutamente interrotta, emergono tre costi: perdita di tempo dovuta al cambio di compito, aumento degli errori per interferenza cognitiva, e indebolimento della formazione della memoria, poiché l'apprendimento si sposta dalla codifica profonda verso un'elaborazione abitudinaria.
Il problema è che le piattaforme digitali sono ottimizzate per il passaggio rapido tra contenuti, la novità e la cattura continua dell'attenzione. Anche quando vengono utilizzate per scopi accademici, attivano gli stessi schemi comportamentali che gli studenti praticano nell'uso ricreativo degli schermi: controlli frequenti, scorrimento rapido, multitasking. Questi dispositivi digitali abituano i cervelli dei ragazzi a rispondere a stimoli brevi, intermittenti, gamificati. La tecnologia non li rende più intelligenti. Li rende dipendenti dal circuito della ricompensa immediata.
L'apprendimento profondo, quello che forma la memoria duratura e il pensiero critico, si costruisce nell'interazione tra persone e nell’esercizio continuo e approfondito delle proprie capacità mentali, non nel rapporto tra una persona e uno schermo. Il cervello umano impara attraverso la relazione, l’errore socialmente mediato, la presenza fisica dell’altro – quel didàskalos che Platone sapeva essere inscindibile dal mathetés. La tecnologia, se ben usata – e questo è un “se” molto critico, può potenziare questo incontro tra maestro e allievo. Ma non potrà mai sostituirlo.
L'errore fatale degli ultimi vent'anni è stato credere che un tablet potesse essere un ponte verso la conoscenza, quando in realtà è stato un muro che ha impedito l'accesso alle funzioni cognitive profonde. La tecnologia è uno strumento per esperti che vogliono alleggerire il proprio lavoro, ha ricordato Horvath, non è il modo con cui i novizi imparano a diventare esperti. Un calcolatore è uno strumento straordinario per chi conosce già la statistica; gli permette di esternalizzare la fatica per concentrarsi sulla strategia. Ma se si dà lo stesso calcolatore a un ragazzo che non ha ancora interiorizzato il senso dei vari metodi, non lo si sta aiutando: gli si impedisce di costruire le sinapsi necessarie per capire la statistica.
Il punto centrale di tutto il lavoro di Horvath, con cui sono completamente d’accordo, non è il rifiuto della tecnologia, ma il ricondurla alla sua vera natura: uno strumento utile, non un sostituto. La priorità assoluta deve essere l’apprendimento, che deve essere svolto in presenza con insegnanti umani, come abbiamo sempre fatto, cioè in modo analogico. A questo proposito ha dichiarato, durante la sua testimonianza: «Il segreto per imparare a usare la tecnologia digitale è non usare la tecnologia digitale. È imparare in modo analogico, nel modo in cui abbiamo sempre imparato, e poi usare la tecnologia per facilitare l’esercizio di capacità cognitive che abbiamo già sviluppato».
Eppure, molti giornali di opinione (soprattutto quelli che hanno tessuto le lodi della didattica a distanza) ignorano questa mole di evidenze. Preferiscono raccontare storie di “scuole innovative” con lavagne interattive e classi senza libri. Certo, è più facile celebrare la novità tecnologica che affrontare la fatica di costruire relazioni educative vere e investire risorse per avere insegnanti ben preparati e ben pagati, i soli che possono fare la differenza.
Chi ci pensa al benessere a lungo termine, cognitivo e non solo, delle prossime generazioni?
--Versione originale pubblicata su "StartMAG" il 26 aprile 2026.
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