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martedì 14 aprile 2026

Le meraviglie dell'intelligenza artificiale generativa?

di Enrico Nardelli

(english version here)

Il titolo è ispirato al romanzo “Le meraviglie del Duemila”, non proprio tra i più noti di Emilio Salgari, che descrive le avventure di due amici che dormono per cento anni e si risvegliano in un mondo futuro (nel 2003) in cui l’elettricità è onnipresente, ha reso le comunicazioni istantanee e automatizzato moltissime attività lavorative. Per loro, che vengono dagli inizi del Novecento, si tratta di un’esperienza bella e piacevole. Ma poi… se continuate a leggere capirete da soli perché l’ho scelto come ispirazione.

Una delle promesse legate all’avvento dell'intelligenza artificiale generativa (IAgen) è che essa, automatizzando i compiti più ripetitivi e a basso valore aggiunto, consentirebbe ai lavoratori di avere più tempo per attività più creative e significative. Una ricerca condotta per otto mesi, da aprile a dicembre 2025, presso un'azienda tecnologica americana di circa 200 dipendenti, anche attraverso interviste approfondite, smentisce in parte questa aspettativa: gli strumenti di IAgen non riducono il carico di lavoro, ma lo intensificano. I lavoratori operano a ritmi più sostenuti, svolgono una gamma più ampia di compiti ed estendono la loro attività a fasce orarie che prima erano riservate al riposo, spesso senza che nessuno glielo chieda esplicitamente.

Sono state identificate tre forme principali di intensificazione.

La prima è l'espansione dei compiti: poiché con l'IAgen si può accedere facilmente a competenze professionali che non si posseggono, i lavoratori hanno cominciato ad affrontare compiti che prima venivano eseguiti da altri. Product manager e designer si sono messi a scrivere codice, i ricercatori hanno affrontato attività di sviluppo prodotti, e in generale i dipendenti hanno tentato lavori che in precedenza avrebbero delegato o evitato. Gli strumenti di IAgen hanno reso questi compiti improvvisamente accessibili, rendendo possibile quello che molti hanno vissuto come un potenziamento cognitivo: meno dipendenza dagli altri, feedback immediato, senso di autonomia. Il risultato concreto è stato un progressivo allargamento del perimetro di ciascun ruolo, con effetti a cascata: gli ingegneri, ad esempio, si sono ritrovati a dover revisionare e correggere il lavoro assistito dall'IAgen prodotto dai colleghi, con un ulteriore aumento del proprio carico.

La seconda forma di intensificazione descritta nella ricerca è stato il progressivo sfumare del confine tra lavoro e non-lavoro. Poiché avviare un compito con l'IAgen è diventato quasi privo di attrito — niente più “blocco dello scrittore” — i lavoratori hanno cominciato a inserire piccole attività lavorative nei momenti che prima erano di attesa: durante il pranzo, in riunione, mentre aspettano il caricamento di un file. Lo stile conversazionale dei prompt ha contribuito a normalizzare questo comportamento, rendendo difficile percepire l'attività come "lavoro vero". Nel tempo, le pause hanno perso la loro funzione di recupero e il lavoro ha assunto una presenza sempre più diffusa e continua nella giornata.

La terza forma è il multi-tasking intensificato: l'IAgen ha introdotto una nuova modalità di lavoro in cui una persona esegue contemporaneamente più attività — scrivere codice manualmente mentre l'IAgen ne genera una versione alternativa, far girare più agenti in parallelo, riprendere attività a lungo rinviate perché l'IAgen può "occuparsene" in background. Sebbene questo crei una sensazione di slancio produttivo, determina anche un continuo spostamento dell'attenzione, un frequente controllo di ciò che l’IAgen sta facendo e un numero crescente di attività aperte e da seguire.

Questi tre meccanismi si alimentano a vicenda in un ciclo autorinforzante: l'IAgen accelera certi compiti, le aspettative di velocità aumentano, la dipendenza dall'IAgen cresce, il perimetro del lavoro si allarga ulteriormente.

Gli autori avvertono che quello che in apparenza sembra un guadagno di produttività rischia di mascherare un'espansione silenziosa e insostenibile del carico di lavoro, con conseguenze su affaticamento cognitivo, qualità delle decisioni, turnover e burnout. Poiché lo sforzo aggiuntivo è volontario e spesso vissuto come una stimolante sperimentazione, i dirigenti faticano a rendersene conto fino a quando il danno non è già fatto.

A questo punto riprendo le fila del romanzo di Salgari: quello che accade ai due giovani è che i ritmi frenetici e gli stimoli continui determinati dall’accelerazione delle attività umane indotte dall’elettricità determinano irritabilità, insonnia, affaticamento mentale, fino a sfociare in un vero e proprio esaurimento nervoso. Quella che sembrava una possibilità di progresso inarrestabile si rivela una minaccia fisiologica e psicologica. La morale, straordinariamente attuale, è che il progresso tecnologico, se non è accompagnato da azioni di bilanciamento che tengano conto della nostra natura umana, può diventare distruttivo.

Di questo aspetto dobbiamo essere ben consapevoli, man mano che gli strumenti di intelligenza artificiale generativa (utili, ma da usare facendo sempre attenzione) si diffondono sempre di più. Sicuramente gli psicologi che si occupano di trasformazione digitale potranno contribuire ad approfondire questi aspetti.

La soluzione proposta dagli autori dello studio che ho citato non è chiedere ai singoli di autoregolarsi, ma sviluppare una vera e propria "pratica aziendale dell'IAgen": un insieme di norme e routine intenzionali che strutturino l'uso di questi strumenti. Gli autori suggeriscono tre leve concrete: pause intenzionali per rallentare il ritmo e prevenire l'accumulo silenzioso di sovraccarico; sequenziamento del lavoro, ovvero norme che regolino quando e come le attività avanzano, proteggendo le finestre di concentrazione e riducendo i salti di contesto che sono costosi dal punto di vista cognitivo; infine, radicamento umano, ovvero la tutela di spazi e momenti di connessione sociale che interrompano il lavoro solitario mediato dall'IAgen, allarghino la prospettiva e alimentino la creatività attraverso il confronto tra punti di vista umani diversi.

Si tratta di pratiche che diventano sempre più importanti, man mano che la tecnologia informatica diventa sempre più diffusa. Nonostante si sia cominciato a parlare di techno-stress a metà degli anni ‘80 del secolo scorso e qualche contro-misura sia stata presa, p.es. almeno in alcune organizzazioni la posta elettronica non è accessibile fuori orario di lavoro, siamo – grazie allo smartphone e alle reti sociali – costantemente connessi.

Facciamo attenzione a che l’ulteriore accelerazione dovuta all’intelligenza artificiale generativa non faccia deragliare la nostra salute mentale. Che ne pensate?

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Versione originale pubblicata su "StartMAG" il 11 aprile 2026.

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