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mercoledì 13 maggio 2020

Tracciamento digitale e app Immuni: la fiducia non è cosa da poco

di Isabella Corradini


Da settimane si dibatte sul tema del tracciamento digitale dei contatti, in particolare con riferimento alla app Immuni, vale a dire l’applicazione che, scaricata sui dispositivi di telefonia mobile, permetterebbe di allertare le persone di essere entrate in contatto con soggetti risultati positivi al Covid-19 (Decreto legge 30 aprile 2020 n. 28, articolo 6, sistema di allerta Covid-19).

Esperti di diritto e di informatica, giornalisti e non solo pongono quesiti: chi ha scelto cosa e perché, che tipo di valutazioni sono state fatte in termini di impatto complessivo, quale la percentuale necessaria a rendere l’applicazione efficace. Tante le richieste di chiarimento (si veda il documento ANORC che io stessa ho sottoscritto), ancora poche e poco chiare le risposte.
Nel frattempo, ad alimentare quella che ormai viene definita una saga, arriva la proposta di braccialetti anti Covid-19 per far tornare i bambini a scuola in sicurezza e l’indiscrezione riguardo il possibile utilizzo del Gps - oltre che del Bluetooth - per l’app Immuni, modalità non prevista dal decreto di cui sopra, che esclude invero la geo-localizzazione dei singoli utenti.
Sia ben chiaro, gli schieramenti aprioristici non sono utili a nessuno, esiste il dibattito (anche critico) come mezzo privilegiato per arrivare ad una soluzione che tenga conto di tutte le criticità del tracciamento digitale.

La questione che vorrei porre riguarda il lato sociale delle soluzioni tecnologiche: qualcuno si è chiesto quale impatto sulle relazioni sociali e relative dinamiche simili applicazioni possono avere, visto che stiamo parlando di registrare i contatti (anche se con tutte le dovute attenzioni e garanzie di privacy) di esseri umani in carne ed ossa?
La caratteristica della “non obbligatorietà” (sacrosanta!) pone, ad esempio, la questione relativa ad un possibile comportamento sociale discriminatorio tra chi usa la app e chi no.

Con riferimento all’app Immuni, si legge al punto 4 dell’articolo 6 del DL 30 aprile 2020 che “il mancato utilizzo dell’applicazione di cui al comma 1 non comporta alcuna conseguenza pregiudizievole ed è assicurato il rispetto del principio di parità di trattamento”. Se da un lato è vero che non è obbligatorio scaricarla e che in sua assenza viene comunque garantito il diritto a muoversi senza alcuna limitazione, rispondendo così ad una preoccupazione legittima, dall’altro non si può ignorare il fatto che il comportamento pregiudizievole può essere messo in atto da chiunque. Ad esempio, chi ha scaricato l’app potrebbe non vedere di buon occhio chi, per i più svariati motivi, ha preferito farne a meno, magari convincendosi che abbia qualcosa da nascondere o che il suo rifiuto al tracciamento metta a rischio la collettività.

Come ho scritto in un recente post la natura umana è curiosa, talvolta diabolica, capace di sviluppare abilmente una cultura del sospetto. Il bisogno di preservare la propria salute e quella delle persone care, affiancato al bombardamento quotidiano su regole e comportanti da seguire a tutela della salute, finisce per alimentare comportamenti di diffidenza nei confronti dell’altro, talvolta al limite della paranoia. Basta vedere come in questo periodo, camminando per strada, si tende ad aumentare le distanze dagli altri, arrivando persino a cambiare marciapiede. Un inciso: sarebbe più opportuno parlare di distanza fisica invece che di distanza sociale, dal momento che l’obiettivo è evitare il contatto fisico, non quello sociale!

Quello che vorrei evidenziare è come certe situazioni e scelte comportamentali possano indurre ad un clima di sospetto generalizzato - di cui le cronache quotidiane di vicini e runner denunciati ci hanno già fornito numerosi esempi – non funzionali al benessere sociale.
C’è poi la questione del divario digitale che andrebbe considerata. C’è infatti chi non possiede (per sua fortuna) uno smartphone e non deve essere messo nella condizione di doverlo acquistare, malgrado si trovi tra quei soggetti maggiormente a rischio infezione. Stando agli ultimi dati disponibili, sembra proprio che le persone over 60 siano quelle meno digitalizzate e, quindi, con minori possibilità di usufruire della app.

Un altro aspetto che andrebbe adeguatamente discusso riguarda la comunicazione. La mancanza di chiarezza e di trasparenza ed il rincorrersi di notizie contradditorie sulla app minano la fiducia delle persone: quella fiducia, peraltro, che dovrebbe indurle a scaricare “volontariamente” l’applicazione. Se, quindi, la fiducia del cittadino è ciò che serve per far sì che l’applicazione venga usata estensivamente, in modo da raggiungere la percentuale idonea a garantirne l’efficacia (anche sulla percentuale non è ancora chiarito quale sia da ritenersi idonea allo scopo, se il 60% o il 30%), non è con questa modalità comunicativa che si possono ottenere risultati soddisfacenti.
Inoltre, va da sé che le strategie comunicative con cui si avviseranno le persone sulla possibilità di contrarre l’infezione saranno essenziali per il suo successo: un conto è una voce umana e professionale che ti avvisa di essere entrato in contatto con soggetti risultati positivi, rassicurandoti e fornendo tutte le informazioni del caso; un’altra cosa è un sms inviato in modo asettico e indifferenziato a chiunque si trovi nella condizione di esposizione al contagio. Immaginiamo come possa sentirsi una persona che soffre di ansia nel ricevere sul suo smartphone un avviso di questo tipo. Certamente contenuti ed elementi emotivi connessi alla comunicazione non possono essere trascurati, soprattutto in una situazione del genere.

C’è da chiedersi se siamo finiti tutti in un esperimento sociale, dove vengono monitorate le reazioni delle persone a iniziative che, in fin dei conti, non nascondiamocelo, rischiano di diventare una vera e propria forma di controllo sociale.

Pubblicato l'11 maggio 2020 su Key4biz


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