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sabato 30 marzo 2019

Informatics and Coding: The Vision of Code.org

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

In a recent article of mine I discussed the relationship between informatics and coding in the context of school education. This sparked an interesting debate on social media, in which some people took the side of coding and others that of informatics. Since coding (that is, computer programming) is a part of informatics (as discussed here, here, and here), I think it is worth hearing an authoritative perspective on what should actually be taught in schools.

Last November, the G-20 Education Ministers met in Argentina. On the occasion of this gathering, devoted to sustainable development, the challenges of digital literacy were addressed: Hadi Partovi, founder and CEO of Code.org, delivered a passionate speech on what needs to be done to properly prepare young people for life in a digital society.

After reaffirming that the teaching of mathematics and other sciences is fundamental, Partovi argued that, just as we teach children how to do long division and how the human body works, it is equally important to teach them what algorithms are and the principles underlying how the Internet works. The trouble is that schools around the world tend to focus almost exclusively on how to use digital technology. Instead, we need to teach how to create, understand, and harness this technology. To that end, he explicitly argued that students need to learn informatics. Below is an image of the key passage of his speech.

He stressed that the focus should not be on learning coding, despite his organization being called, precisely, Code.org. The real goal is to learn informatics (he used the term computer science, the English equivalent of informatics), a scientific discipline that, he reminded his audience, «includes programming, algorithms, data science, networking, cybersecurity, robotics, and artificial intelligence», among much else.

I should note that Code.org launched what has become the most widely participated educational event in the world, the Hour of Code — in which students are essentially encouraged to write computer programs — turning coding into a global mass phenomenon. Through Programma il Futuro, the project I coordinate, Italy is, after the United States, the second most participating country in the world, thanks to the dedication of the teachers enrolled in the project.

So, despite Hadi Partovi being perhaps the chief architect of the "coding craze," he is firmly convinced — and said so in front of the G-20 Education Ministers — that the answer is not to teach coding, but informatics. Here is his full speech dubbed in Italian. More recently, Partovi reiterated the same position in a speech at the World Economic Forum in Davos. Thanks to the work of Code.org and the CSforAll coalition ("Informatics for All" — which includes all the major American companies operating in the technology and informatics services sector), the United States has added informatics (not coding!) to the subjects that federal school legislation requires to be taught to all students, and 44 out of 50 states have introduced it as a compulsory subject in their curricula.

It is therefore essential to keep pressing for the importance of serious scientific education in informatics from the very first years of school. To this end, the university informatics community has long since submitted a comprehensive proposal to the Ministry of Education, grounded in extensive, years-long field experience. We are well aware that this is no simple undertaking within the context of the Italian school system. But let us imagine for a moment wiping the slate clean on existing curricula and asking ourselves what we would fill that blank page with in order to prepare citizens capable of navigating digital society with an adequate understanding of the issues at stake. Can we afford to leave out the science that both explains and makes possible this society?

The Italian Chamber of Deputies recently debated initiatives to promote technological and digital education in schools, but — while I am well aware that the language of politics differs from that of science — I note that there is still much work to be done in terms of spreading an accurate understanding of the relevant terminology and of the experiences that have already been carried out.

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The original version (in italian) has been published by "Il Fatto Quotidiano" on 20 March 2019.

Informatica e coding: la visione di Code.org

di Enrico Nardelli

(english version here)

In un mio recente articolo ho discusso delle relazioni tra informatica e coding nell’ambito dell’istruzione scolastica. Ne è scaturito un interessante dibattito sui social, nel corso del quale c’è chi ha “parteggiato” per il coding e chi per l’informatica. Dal momento che il coding (cioè la programmazione informatica) è parte dell’informatica (come discusso qua, qua e qua) ritengo utile sentire un’autorevole posizione a proposito di cosa vada insegnato a scuola.

Nel novembre scorso vi è stato in Argentina l’incontro dei Ministri dell’Istruzione del G-20. In occasione di questo incontro, dedicato allo sviluppo sostenibile, si è parlato dei problemi dell’alfabetizzazione digitale: Hadi Partovi, fondatore e CEO di Code.org ha tenuto un appassionato discorso su cosa è necessario fare per preparare i ragazzi in modo adeguato alla società digitale.

Dopo aver ribadito che l’insegnamento della matematica e delle altre scienze è fondamentale, Partovi sostiene che, così come insegniamo a svolgere divisioni e come funziona il corpo umano, è altrettanto importante insegnare cosa sono gli algoritmi e con che princìpi funziona Internet. Il problema è che, in generale, nelle scuole di tutto il mondo ci si focalizza spesso solo su come usare la tecnologia digitale. Dobbiamo invece insegnare come creare, come capire e come sfruttare questa tecnologia. A questo scopo, ha esplicitamente sostenuto che bisogna imparare l’informatica. Qua sotto un immagine del passaggio cruciale del suo discorso.


Ha sottolineato che il punto focale non è imparare il coding, nonostante la sua organizzazione si chiami, appunto, Code.org. Lo snodo è imparare l’informatica (ha usato computer science, il termine inglese per l’informatica), una disciplina scientifica che, ha ricordato, «include la programmazione, gli algoritmi, la data science, le reti, la sicurezza informatica, la robotica, l’intelligenza artificiale», e molto altro ancora.

Ricordo che Code.org ha lanciato l’evento educativo con la maggiore partecipazione al mondo, l’Ora del Codice (the Hour of Code – in cui sostanzialmente si esortano i ragazzi a programmare il computer), trasformando così il coding in un fenomeno di massa globale. Attraverso Programma il Futuro, il progetto che coordino, l’Italia è dopo gli Stati Uniti, il secondo paese al mondo per partecipazione, grazie all’impegno degli insegnanti iscritti al progetto.


Quindi, nonostante Hadi Partovi sia forse il principale artefice della “coding mania”, è convinto – e lo ha ripetuto di fronte ai Ministri dell’Istruzione del G-20 – che la soluzione non sia insegnare il coding, ma l’informatica. Ecco il suo discorso integrale doppiato in italiano. Più recentemente Partovi ha ribadito la stessa posizione in suo intervento al Word Economic Forum di Davos. Grazie all’opera di Code.org e della coalizione CSforAll ("Informatica per tutti" – di cui fanno parte tutte le maggiori aziende americane operanti nel settore delle tecnologie e servizi informatici) gli USA hanno inserito l’informatica (non il coding!) tra le materie di cui la legislazione scolastica federale richiede l’insegnamento per tutti i ragazzi e 44 stati su 50 l’hanno introdotta come materia obbligatoria nei programmi scolastici.

È quindi fondamentale insistere sull’importanza di una seria formazione scientifica sull’informatica fin dai primi anni di scuola. A tal scopo la comunità universitaria dell’informatica ha da tempo presentato al Ministero dell’Istruzione una proposta organica, basata su molteplici pluriennali esperienze sul campo. Siamo consapevoli che non si tratta di un’operazione semplice, nel contesto della scuola italiana. Ma pensiamo per un attimo di fare “tabula rasa” dei programmi scolastici e di voler riempire questo foglio bianco con quanto serve per preparare cittadini in grado di operare nella società digitale con sufficiente conoscenza delle questioni in gioco. Possiamo lasciar fuori la scienza che spiega e rende possibile questa società?

Recentemente alla Camera si è dibattuto di iniziative per lo sviluppo della formazione tecnologica e digitale in ambito scolastico, ma – pur essendo consapevole che il linguaggio della politica è diverso da quello della scienza – osservo che c'è ancora molto da fare in termini di diffusione di una corretta conoscenza dei termini e delle esperienze svolte.

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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" il 20 marzo 2019.

lunedì 18 marzo 2019

Informatics and digital skills: what should we teach?

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

Short answer: both. Question: but aren't they the same thing? No — but many people in schools and in society at large are unaware of this.

In the world of education in particular, there is confusion between the two terms "informatics" and "digital" and the concepts they relate to. But this is by no means the fault of teachers, nor is there any point in looking for someone to blame. At the recent MIUR National Seminar on "Digital Citizenship and Culture", one of the distinguished colleagues at the speakers' table recalled how over the past 30 years schools have spoken of informatics skills and digital skills, using one term or the other interchangeably to mean: the ability to programme in Pascal, to use Word, to write emails, to do coding, to use social media consciously, and so on. It is hardly surprising, then, that many of the debates and communications on these topics end up saying things that contradict one another.

In my presentation, therefore, I began by recalling the etymology of the two words: "digital" refers to the representation of data through numerical symbols, while "informatics" refers to the capacity for automatic data processing made possible by the methods and theories of informatics, which is a scientific discipline. Representing data through numerical symbols is nothing new from recent decades. The Babylonians did it for calculating astronomical orbits, and the ancient Egyptians for calculating land areas, each with their own system of representation. What is new is the ability to process these representations automatically (that is, informatics) — as if an enormously complicated clockwork mechanism were at work.

It is obvious to everyone that a clock is a purely mechanical executor of a calculation conceived and designed by a human being, and that a clock does not "know" what the various gears that make it up are, what they represent, or what they are for. But the realisation of computers, made possible by informatics, allows us to have, for the first time in human history, an automatic system that — by manipulating symbols whose meaning it does not know, following instructions whose meaning it does not know — transforms data that are meaningful to human beings. The result is a "cognitive machine": a system that performs operations of a cognitive nature. This is a genuine revolution — the "informatics revolution" — which I have characterised as the third "revolution in power relations".

Schools are now being asked to adapt to the fact that we live in a digital society, and must therefore produce digital citizens. What should be done? Are "digital skills" or "informatics skills" what is needed? To clarify, it is helpful to return to the etymology mentioned above. Digital skills are all those relating to the use of technologies that manipulate data in numerical form: they are therefore operational skills. Informatics skills, by contrast, are those pertaining to the principles and techniques of informatics: they are therefore scientific skills. Both are needed, but they serve different purposes.

European Union documents on this subject unfortunately create a degree of confusion, mixing operational and scientific aspects. This is not merely my opinion. Reading, for example, the Recommendation of the Council of the European Union of 22 May 2018, one finds that programming is treated as a digital skill, when it is in fact a fundamental part of informatics, and therefore a scientific skill. Treating computer programming as an operational skill rather than as one of the foundational elements of informaticswhich is a scientific discipline — is equivalent to reducing arithmetic to an operational skill (that of the times table). In the United States, the UK, and many other advanced countries, the distinction is, by contrast, well understood.

In these countries, today's digital society is correctly viewed as an evolution of industrial society. The latter was the result of the transformation of agricultural society under the impetus of the industrial revolution. Digital society is still a society of machines — but of a digital kind: "cognitive machines". To prepare citizens for industrial society over the past two centuries, students were not given operational skills in the use of industrial machinery; instead, the scientific disciplines explaining the underlying scientific principles were introduced into schools. In the same way, preparing citizens to fully understand digital society requires introducing into schools the scientific discipline that explains it and made it possible: informatics. This does not deny that digital skills — the operational level — are also needed in schools. They are valuable, and they cut across all subjects, because in every discipline a teacher can benefit in both their teaching and administrative work from a good level of digital skills.

In conclusion, schools must certainly develop students' digital skills (operational level), and must ensure that their teachers — in every subject — possess them too. But it is absolutely necessary to provide students with an informatics education (scientific level), in order to equip them to participate actively and in an informed way in digital society.

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The original version (in italian) has been published by "Il Fatto Quotidiano" on 13 March 2019.

Informatica e competenze digitali: cosa insegnare?

di Enrico Nardelli

(english version here)

Risposta breve: entrambe. Domanda: ma non sono la stessa cosa? No, ma molti nella scuola e nella società non ne sono consapevoli.

Nel mondo della scuola, in particolare, c’è confusione tra i due aggettivi “informatiche” e “digitali” ed i relativi sostantivi. Ma non è affatto colpa dei docenti, né cercare chi sia il colpevole ha una qualche utilità. Nel corso del recente Seminario Nazionale del MIUR su “Cittadinanza e cultura digitale”, uno dei valenti colleghi al tavolo dei relatori ha ricordato come nel corso degli ultimi 30 anni nella scuola si sia parlato di competenze informatiche e di competenze digitali intendendo di volta con l’uno o l’altro termine: la capacità di programmare in Pascal, di usare Word, di scrivere e-mail, di fare coding, di usare consapevolmente i social, e così via. Non è sorprendente quindi che molti dei dibattiti e degli interventi di comunicazione su queste tematiche dicano cose tra loro contrapposte.

Allora nella mia presentazione ho ricordato prima di tutto l’etimologia delle due parole: “digitale” si riferisce alla rappresentazione di un dato mediante un simbolo numerico, mentre “informatico” si riferisce alla capacità di elaborazione automatica dei dati resa possibile dai metodi e dalle teorie dell’informatica, che è una disciplina scientifica. Rappresentare dati attraverso simboli numerici non è una novità degli ultimi decenni. Lo facevano i Babilonesi per il calcolo delle orbite astronomiche e gli antichi Egizi per il calcolo delle superfici dei terreni, ognuno con il loro sistema di rappresentazione. La novità è la possibilità di elaborare queste rappresentazioni in modo automatico (cioè l’informatica), come se fosse all’opera un gigantesco complicatissimo orologio.

È chiaro a tutti che l’orologio è un mero esecutore meccanico di un calcolo pensato e progettato dall’uomo, e che un orologio non “sa” cosa siano e cosa rappresentino e a cosa servano i diversi ingranaggi che lo costituiscono. Ma la realizzazione dei computer, grazie all’informatica, consente di avere, per la prima volta nella storia dell’umanità, un sistema automatico che, manipolando simboli di cui ignora il significato secondo istruzioni di cui ignora il significato, trasforma dati che hanno significato per l’uomo. Si ottiene quindi una “macchina cognitiva”, che realizza, cioè, operazioni di natura cognitiva. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, la “rivoluzione informatica”, che ho caratterizzato come la terza "rivoluzione dei rapporti di potere".

Adesso si chiede alla scuola di adeguarsi al fatto che siamo in una società digitale e quindi deve preparare cittadini digitali. Cosa fare? Servono “competenze digitali” o “competenze informatiche”? Per chiarirci è bene rifarci all’etimologia sopra ricordato. Le competenze digitali sono tutte quelle relative all’uso di tecnologie che manipolano dati in forma numerica: sono quindi competenze operative. Invece le competenze informatiche sono quelle attinenti ai princìpi e alle tecniche dell’informatica: sono pertanto competenze scientifiche. Servono entrambe, ma hanno scopi diversi.

I documenti dell’Unione Europea in proposito fanno purtroppo un po’ di confusione, mescolando gli aspetti operativi e quelli scientifici. Non è una mia opinione. Leggendo, ad esempio, la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22 maggio 2018 si vede che la programmazione viene considerata una competenza digitale quando si tratta invece di una parte fondamentale dell’informatica, quindi di una competenza scientifica. Considerare la programmazione informatica come una competenza operativa invece che come uno degli elementi fondamentali dell’informatica, che è disciplina scientifica, equivale a degradare l’aritmetica ad una competenza operativa (quella della tabellina pitagorica). Negli Stati Uniti, in UK e in molti altri paesi avanzati la differenza è invece chiara.

In questi paesi si considera, correttamente, l’attuale società digitale come un’evoluzione della società industriale. Quest’ultima è stato il risultato della trasformazione della società agricola sotto la spinta della rivoluzione industriale. La società digitale è ancora una società di macchine, ma di tipo digitale, le “macchine cognitive”. Per preparare i cittadini alla società industriale, nei due secoli passati, non sono state date agli studenti competenze operative sui macchinari industriali, ma sono state inserite nelle scuole le discipline scientifiche che ne spiegavano i princìpi scientifici alla base. Allo stesso modo, per preparare i cittadini a comprendere appieno la società digitale serve inserire nella scuola la formazione sulla disciplina scientifica che la spiega e che l’ha resa possibile: l’informatica. Questo non nega che nella scuola servano anche le competenze digitali, il livello operativo. È bene averle, e sono trasversali a qualunque disciplina, perché in ogni materia il docente può avvantaggiarsi nella sua attività didattica e di gestione dal possesso di un buon livello di competenze digitali.

In conclusione, certamente la scuola deve formare le competenze digitali degli studenti (livello operativo) e deve assicurarsi che le posseggano anche i loro docenti, di ogni materia. Però è assolutamente necessario fornire un’istruzione informatica agli studenti (livello scientifico), per renderli in grado di partecipare in modo attivo e informato alla società digitale.

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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" il 13 marzo 2019.

venerdì 15 marzo 2019

Digital transformation and Italy's development

by Enrico Nardelli

(versione italiana qua)

A fundamental and much-debated topic is that of informatics (even if it is now fashionable to say "digital") as an essential tool for restoring competitiveness and efficiency to the country's productive system and its Public Administration. I would like to offer a few reflections on this.

The Public Administration is dramatically behind in its understanding of how informatics can make its operations more efficient and effective. On one hand, there are regulations that are at times excessively rigid in their adherence to form, because they are obsessed with the twin spectre of corruption and waste, when what is actually needed is a radical change of approach — one better suited to the realities of software systems development.

On the other hand, there is a cultural deficit among its managers when it comes to understanding the implications of deploying informatics within organisations. My university colleague Paolo Coppola, in the previous legislature, chaired the parliamentary inquiry commission on the digitalisation of the Public Administration, which revealed during its hearings how many — far too many — ministries and public bodies remain stuck in a vision of informatics as "siloed" automation of individual data-processing functions, disconnected from any overarching, process-oriented view of the relationships between the organisation itself, its interfaces within the PA network, and citizens. All of this is compounded by a "traditional" view of automation, which assumes that once the execution of a function has been handed over to a machine, the problem can be considered solved. With informatics, this is simply not the case: the genuine digitalisation of services is always a work in progress, because reality itself is in constant evolution. But if you do not have in-house the people capable of carrying out this maintenance, if you must continually turn to an outside supplier, costs and timescales balloon to intolerable levels.

Unfortunately, our political class has often paid lip service to the digital agenda, but has never actually brought its influence and weight to bear in order to drive real change. Across the various parties, the tendency is merely to chase whatever terms happen to be most fashionable in the digital sphere — yesterday it was the cloud and big data, today it is artificial intelligence and blockchain — without tackling at its roots an issue that is fundamental to our future. As Morozov wrote brilliantly a few years ago (in The Net Delusion): "for a mass party today, failing to take responsibility for the digital world is tantamount to failing to take responsibility for the future of democracy itself." Now Minister Bongiorno wants to push the accelerator on the digital transformation of the Public Administration, but I fear that appointing generals without equipping them with adequate armies will not get us very far. Without a significant intake of informatics graduates and diploma-holders, efficiency and effectiveness in the Public Administration will not improve.

A parallel attitude — though with different motivations — has been adopted by the productive system. In Italy, this consists essentially of micro and small enterprises, which either do not use digital tools or use them sparingly — not because, as some claim, they are steeped in amoral familism or have failed to grasp the potential competitive advantage, but because overly rigid IT systems would be the quicksand that would swiftly drag them under. The typical Italian entrepreneur — far from stupid, and one who has made flexibility and speed of adaptation their strategic weapon — has sensed this and opted to sit back and watch: primum vivere!

This attitude too stems from a cultural deficit — specifically, from a failure to understand that the only good informatics is "bespoke" informatics that accompanies the company in a flexible way, almost like a person, yet capable of working without tiring and without making mistakes, which is unfortunately what people do. And this cannot be achieved simply by purchasing off-the-shelf solutions, as was the case with previous technological innovations. While entrepreneurs have always been agile in modernising production lines whenever they spotted a market opportunity, in the case of digital automation — grasping the danger of its rigidity — they have prudently sat on the sidelines rather than risk their capital, unwilling to squander financial resources.

This is both a cultural and a political problem. The public spending channelled through the Industry 4.0 initiative is certainly welcome, but if it ends up being used primarily to purchase foreign machinery and solutions, it is hard to see how it can contribute to the country's revival. What is needed is a large-scale programme of support for the training of the active workforce, one that cannot be limited to the end-user digital skills that are necessary but insufficient on their own. The United States understood this very well, going so far as to establish last year the "National Council for the American Worker" with the aim of improving education and professional training for workers, so as to make them competitive in the increasingly digital industrial landscape that awaits us.

The challenge of understanding informatics is grasping that, on their own, hardware and software are only short-term improvements. Over the medium and long term, what is needed are people capable of adapting these digital solutions — which I call "cognitive machines," because they are made up of human intelligence crystallised in the form of a mechanism — to ever-changing surrounding conditions. Business scenarios shift almost weekly; software is not capable of keeping up on its own; people who can do so are indispensable. It is also necessary to incentivise the growth of an Italian informatics sector, capable of developing and evolving solutions that are appropriate for our society.

Will the "politicians of change" actually manage to change the state of things?

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The original version (in italian) has been published by "Agenda Digitale" on 7 March 2019.

Trasformazione digitale e sviluppo dell'Italia

di Enrico Nardelli

(english version here)

Un tema fondamentale su cui molto si discute è quello dell'informatica (anche se adesso è di moda dire "digitale") come strumento fondamentale per ridare competitività ed efficienza al sistema produttivo del Paese ed alla sua Pubblica Amministrazione. Vorrei esporre in merito alcuni spunti di riflessione.

La Pubblica Amministrazione è drammaticamente indietro in termini di comprensione di come l'informatica possa dare efficienza ed efficacia alle sue azioni. Da un lato vi sono le normative alle volte troppo rigide nel rispetto della forma perché ossessionate dal binomio corruzione/sprechi quando invece sarebbe necessario un radicale cambiamento di approccio, inadeguato alla realtà dello sviluppo dei sistemi informatici.

Dall'altro pesa una carenza culturale dei suoi dirigenti nel capire le implicazioni dell’usare l'informatica nelle organizzazioni. Il mio collega universitario Paolo Coppola nella precedente legislatura ha guidato la commissione parlamentare d'inchiesta sulla digitalizzazione della PA che ha messo in luce, durante le sue audizioni, come in molti, troppi, ministeri ed enti pubblici si sia rimasti fermi ad una visione dell’informatica come automazione “a silos” di singole funzioni di elaborazione dati, slegate da una visione globale e di processo delle relazioni tra l’organizzazione in sé, le sue interfacce nella rete della PA e i cittadini. Il tutto complicato da una visione “tradizionale” dell’automazione, che assume che una volta che l’esecuzione di una funzione sia stata affidata ad una macchina, il problema si possa considerare risolto. Nel caso dell’informatica non è così, la vera informatizzazione dei servizi è sempre in fase di manutenzione, perché è la realtà ad essere in continua evoluzione. Ma se non si hanno “in casa” le persone in grado di realizzare questa manutenzione, se si deve ricorrere continuamente al fornitore esterno, costi e tempi lievitano in modo intollerabile.

Purtroppo la nostra classe politica si è spesso riempita la bocca del digitale, ma non ha mai messo in gioco la sua influenza e il suo peso per far cambiare davvero le cose. Nei vari partiti ci si limita ad inseguire i termini più alla moda nella sfera del digitale (ieri il cloud e i big data oggi l’intelligenza artificiale e la blockchain) senza affrontare alla base un tema fondamentale per il nostro futuro. Come ha scritto magistralmente Morozov qualche anno fa (I signori del silicio) “per un partito di massa odierno, non curarsi della propria responsabilità sul digitale equivale a non curarsi della propria responsabilità sul futuro stesso della democrazia”. Adesso la ministra Bongiorno vuole spingere l’acceleratore sulla trasformazione digitale della PA, ma temo che nominare generali senza dotarli di adeguati eserciti non servirà a molto. In assenza di un significativo numero di assunzioni di diplomati e laureati in informatica, efficienza ed efficacia della PA non riusciranno a migliorare.

Un atteggiamento parallelo, ma con diverse motivazioni, lo ha tenuto il sistema produttivo. Questo in Italia è costituito essenzialmente da micro e piccole imprese, che non usano il digitale o lo usano poco non perché – come dice qualcuno – sono pervase dal familismo amorale o non ne hanno capito il potenziale di vantaggio competitivo, ma perché sistemi informatici troppo rigidi costituirebbero la melassa che li ucciderebbe rapidamente. Il tipico industriale italiano – per niente stupido e che della flessibilità e velocità di cambiamento ha fatto la sua arma strategica – l'ha intuito ed è rimasto un po' a guardare: primum vivere!

Anche questo atteggiamento deriva da una carenza culturale, ovvero dal non aver capito che l'unica informatica buona è quella "personalizzata" che accompagna l'azienda in modo flessibile, come se fosse una persona, ma che è in grado di lavorare senza stancarsi e senza sbagliare, come purtroppo accade alle persone. E questo non si può ottenere semplicemente comprando soluzioni “chiavi in mano”, come è avvenuto per le precedenti innovazioni tecnologiche. Mentre gli imprenditori sono sempre stati agili nel modernizzare le linee produttive ogni qualvolta hanno intravisto un’opportunità di mercato, nel caso dell’automazione digitale, capendo il pericolo della sua rigidità, gli imprenditori, dovendo mettere in gioco i loro capitali, sono prudentemente rimasti alla finestra, senza sprecare risorse economiche.

È un problema culturale, ma anche politico. La spesa pubblica di Impresa 4.0 è certamente positiva, ma se poi questa serve a comprare soprattutto macchinari e soluzioni estere, è difficile che possa contribuire al rilancio del Paese. Andrebbe attuato un massiccio programma di supporto alla formazione dei lavoratori attivi, che non può limitarsi alle pur necessarie competenze digitali dell’utente finale. Gli USA lo hanno capito benissimo tanto da istituire l’anno scorso il “Consiglio Nazionale per il Lavoratore Americano” con l’obiettivo di migliorare istruzione e formazione professionale dei lavoratori, in modo da renderli competitivi nel sistema industriale, sempre più pervaso di digitale, che ci aspetta in futuro.

La sfida per capire l'informatica è comprendere che, da soli, hardware e software sono soluzioni migliorative solo sul breve periodo. A medio e lungo termine serve avere le persone che siano in grado di adattare queste soluzioni digitali (che io chiamo “macchine cognitive”, perché sono costituite da intelligenza umana cristallizzata in forma di meccanismo) alle mutare delle esigenze al contorno. Gli scenari di business cambiano quasi settimanalmente, il software non è in grado di adeguarsi, servono le persone in grado di farlo. Serve anche incentivare la crescita di un settore italiano dell'informatica, in grado di sviluppare e far evolvere soluzioni appropriate per la nostra società.

I politici del cambiamento riusciranno a cambiare questo stato di cose?

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Versione originale pubblicata su "Agenda Digitale" il 7 marzo 2019.