lunedì 18 marzo 2019

Informatica e competenze digitali: cosa insegnare?

Risposta breve: entrambe. Domanda: ma non sono la stessa cosa? No, ma molti nella scuola e nella società non ne sono consapevoli.

Nel mondo della scuola, in particolare, c’è confusione tra i due aggettivi “informatiche” e “digitali” ed i relativi sostantivi. Ma non è affatto colpa dei docenti, né cercare chi sia il colpevole ha una qualche utilità. Nel corso del recente Seminario Nazionale del MIUR su “Cittadinanza e cultura digitale”, uno dei valenti colleghi al tavolo dei relatori ha ricordato come nel corso degli ultimi 30 anni nella scuola si sia parlato di competenze informatiche e di competenze digitali intendendo di volta con l’uno o l’altro termine: la capacità di programmare in Pascal, di usare Word, di scrivere e-mail, di fare coding, di usare consapevolmente i social, e così via. Non è sorprendente quindi che molti dei dibattiti e degli interventi di comunicazione su queste tematiche dicano cose tra loro contrapposte.

Allora nella mia presentazione ho ricordato prima di tutto l’etimologia delle due parole: “digitale” si riferisce alla rappresentazione di un dato mediante un simbolo numerico, mentre “informatico” si riferisce alla capacità di elaborazione automatica dei dati resa possibile dai metodi e dalle teorie dell’informatica, che è una disciplina scientifica. Rappresentare dati attraverso simboli numerici non è una novità degli ultimi decenni. Lo facevano i Babilonesi per il calcolo delle orbite astronomiche e gli antichi Egizi per il calcolo delle superfici dei terreni, ognuno con il loro sistema di rappresentazione. La novità è la possibilità di elaborare queste rappresentazioni in modo automatico (cioè l’informatica), come se fosse all’opera un gigantesco complicatissimo orologio.

È chiaro a tutti che l’orologio è un mero esecutore meccanico di un calcolo pensato e progettato dall’uomo, e che un orologio non “sa” cosa siano e cosa rappresentino e a cosa servano i diversi ingranaggi che lo costituiscono. Ma la realizzazione dei computer, grazie all’informatica, consente di avere, per la prima volta nella storia dell’umanità, un sistema automatico che, manipolando simboli di cui ignora il significato secondo istruzioni di cui ignora il significato, trasforma dati che hanno significato per l’uomo. Si ottiene quindi una “macchina cognitiva”, che realizza, cioè, operazioni di natura cognitiva. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, la “rivoluzione informatica”, che ho caratterizzato come la terza "rivoluzione dei rapporti di potere".

Adesso si chiede alla scuola di adeguarsi al fatto che siamo in una società digitale e quindi deve preparare cittadini digitali. Cosa fare? Servono “competenze digitali” o “competenze informatiche”? Per chiarirci è bene rifarci all’etimologia sopra ricordato. Le competenze digitali sono tutte quelle relative all’uso di tecnologie che manipolano dati in forma numerica: sono quindi competenze operative. Invece le competenze informatiche sono quelle attinenti ai princìpi e alle tecniche dell’informatica: sono pertanto competenze scientifiche. Servono entrambe, ma hanno scopi diversi.

I documenti dell’Unione Europea in proposito fanno purtroppo un po’ di confusione, mescolando gli aspetti operativi e quelli scientifici. Non è una mia opinione. Leggendo, ad esempio, la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22 maggio 2018 si vede che la programmazione viene considerata una competenza digitale quando si tratta invece di una parte fondamentale dell’informatica, quindi di una competenza scientifica. Considerare la programmazione informatica come una competenza operativa invece che come uno degli elementi fondamentali dell’informatica, che è disciplina scientifica, equivale a degradare l’aritmetica ad una competenza operativa (quella della tabellina pitagorica). Negli Stati Uniti, in UK e in molti altri paesi avanzati la differenza è invece chiara.

In questi paesi si considera, correttamente, l’attuale società digitale come un’evoluzione della società industriale. Quest’ultima è stato il risultato della trasformazione della società agricola sotto la spinta della rivoluzione industriale. La società digitale è ancora una società di macchine, ma di tipo digitale, le “macchine cognitive”. Per preparare i cittadini alla società industriale, nei due secoli passati, non sono state date agli studenti competenze operative sui macchinari industriali, ma sono state inserite nelle scuole le discipline scientifiche che ne spiegavano i princìpi scientifici alla base. Allo stesso modo, per preparare i cittadini a comprendere appieno la società digitale serve inserire nella scuola la formazione sulla disciplina scientifica che la spiega e che l’ha resa possibile: l’informatica. Questo non nega che nella scuola servano anche le competenze digitali, il livello operativo. È bene averle, e sono trasversali a qualunque disciplina, perché in ogni materia il docente può avvantaggiarsi nella sua attività didattica e di gestione dal possesso di un buon livello di competenze digitali.

In conclusione, certamente la scuola deve formare le competenze digitali degli studenti (livello operativo) e deve assicurarsi che le posseggano anche i loro docenti, di ogni materia. Però è assolutamente necessario fornire un’istruzione informatica agli studenti (livello scientifico), per renderli in grado di partecipare in modo attivo e informato alla società digitale.

martedì 26 febbraio 2019

Informatica: la terza rivoluzione "dei rapporti di potere"


L’informatica costituisce una vera e propria rivoluzione per l’umanità, che io chiamo la “terza rivoluzione dei rapporti di potere”.

Le prime due sono state quella della stampa e quella industriale.

L'invenzione nel quindicesimo secolo della stampa a caratteri mobili ha provocato una rivoluzione nella società sia di tipo tecnico, perché ha reso possibile produrre testi in modo più veloce e più economico, sia di tipo sociale, perché ha reso possibile una più diffusa circolazione della conoscenza. In ultima analisi, ciò che è accaduto è stata la prima rivoluzione nei rapporti di potere: l’autorità non era più legata alla parola, al dover essere in un certo luogo in un certo momento per poter sapere ed apprendere dalla viva voce del maestro. La conoscenza rimane sempre un potere, ma questo potere non è più confinato alle persone che lo posseggono o a coloro che possono essere vicine ad esse nel tempo e nello spazio. La replicabilità del testo ha implicato la replicabilità della conoscenza in esso contenuta a distanza di tempo e di spazio. Tutti coloro che sapevano leggere potevano avere adesso accesso alla conoscenza. Questo ha messo in moto cambiamenti sociali epocali: la diffusione della conoscenza scientifica, giuridica e letteraria hanno dato un enorme impulso all’evoluzione della società, che è diventata sempre più democratica.

Nel giro di due secoli e mezzo, quasi ottocento milioni di libri stampati in Europa hanno messo in moto un irreversibile processo di evoluzione sociale. La conoscenza scientifica, rivoluzionata dal metodo galileiano, proprio grazie alla stampa si diffonde in tutta l’Europa e costituisce uno dei fattori abilitanti della successiva rivoluzione, quella industriale, che io individuo come la seconda rivoluzione nei rapporti di potere.

Questa, avviatasi nel Settecento è stata altrettanto dirompente: la disponibilità di macchine ha in questo caso reso replicabile il lavoro fisico delle persone. Le braccia umane non sono più necessarie perché la macchina opera al loro posto. Si ottiene una rivoluzione tecnica, perché si replicano più velocemente i manufatti. Le macchine possono produrre giorno e notte senza stancarsi, possono addirittura produrre altre macchine, amplificano e potenziano le capacità fisiche degli esseri umani. Si ottiene una rivoluzione sociale: si abbattono limitazioni fisiche al movimento e all'azione. Una singola persona può spostare enormi montagne di terra con una ruspa, spostarsi velocemente con un’automobile, parlare con chiunque nel mondo con un telefono. L'evoluzione ed il progresso della società umana vengono quindi ulteriormente accelerati grazie alla possibilità di produrre oggetti fisici più velocemente e più efficacemente, per non parlare delle conseguenze in termini di trasporto di persone e cose. Il potere che viene messo in discussione in questo caso è quello della natura: l’umanità assoggetta la natura e ne supera i limiti. Si possono attraversare velocemente i mari, solcare i cieli, imbrigliare acqua e fuoco, spostare montagne.

La rivoluzione della stampa aveva dato una marcia in più all'umanità sul piano immateriale dell’informazione, la rivoluzione industriale ha fatto altrettanto per la sfera materiale. Il mondo si popola di "artefatti fisici" (cioè macchine) che iniziano ad incidere in modo esteso ed approfondito sulla natura del pianeta.

Poi, a metà del Novecento, dopo circa ottocento miliardi di macchine, si avvia lentamente la terza rivoluzione nei rapporti di potere, quella dell’informatica.

All’inizio sembra essere niente altro che una variante evoluta dell’automazione prodotta dalla rivoluzione industriale, ma dopo qualche decennio si comincia a capire che è molto di più di questo, perché incide sul piano cognitivo e non su quello fisico. Non si tratta più di replicare la conoscenza statica dei libri e la forza fisica di persone e animali, ma quella “conoscenza in azione” che è il vero motore dello sviluppo e del progresso.

Col termine “conoscenza in azione” intendo quel sapere che non è soltanto una rappresentazione statica di fatti e relazioni ma un processo dinamico e interattivo di elaborazione e di scambio dati tra soggetto e realtà. Grazie alla rivoluzione informatica, questa “conoscenza in azione” (“actionable knowledge”, direbbero in inglese, cioè conoscenza pronta ad essere messa in azione) viene riprodotta e diffusa sotto forma di programmi software, che possono poi essere adattati, combinati e modificati a seconda di specifiche esigenze locali. È cambiata la natura degli artefatti, delle macchine, che produciamo. Non sono più artefatti fisici, sono “artefatti cognitivi dinamici” (o macchine della conoscenza o macchine cognitive), azione congelata che viene sbloccata dalla sua esecuzione in un computer e genera conoscenza come risultato di tale esecuzione. La conoscenza statica dei libri diventa conoscenza dinamica nei programmi. Conoscenza in grado di produrre automaticamente, senza l’intervento umano, nuova conoscenza. Abbiamo una rivoluzione tecnica, cioè l’elaborazione più veloce dei dati, ma anche una rivoluzione sociale, cioè la generazione di nuova conoscenza. Il potere che viene scardinato, in questo caso, è quello dell’intelligenza umana. Certe attività cognitive non sono più dominio esclusivo dell’umanità: lo vediamo in tutta una serie di giochi da scacchiera (dama, scacchi, go, …) un tempo unità di misura per l’intelligenza e nei quali ormai il computer batte regolarmente i campioni del mondo. Lo vediamo in tutta una serie di attività lavorative un tempo appannaggio esclusivo delle persone e nelle quali sono ormai abitualmente utilizzati i cosiddetti “bot”, sistemi informatici basati su tecniche di apprendimento e deduzione automatica (“machine learning” e “artificial intelligence”).

Ci sono però due caratteristiche distintive di queste “macchine cognitive” che le rendono differenti dal modo di operare dell’essere umano: la flessibilità e l’adattabilità. Le persone sono intrinsecamente in grado di apprendere ciò che non sanno (mentre le macchine della conoscenza possono apprendere solo ciò per cui sono state progettate) ed hanno imparato, attraverso milioni di anni di evoluzione, ad adattarsi flessibilmente a cambiamenti imprevisti nell’ambiente (mentre le macchine cognitive possono – ancora una volta – adattarsi solo ai cambiamenti previsti).

Pertanto, mentre questi artefatti cognitivi dinamici basati sull’intelligenza artificiali sono certamente utili al progresso della società umana, e si diffonderanno sempre di più mentre le persone cambieranno il tipo di lavoro che fanno (come d’altro canto è accaduto in passato: nell’Ottocento più del 90% della forza-lavoro era impiegata nell’agricoltura, adesso è meno del 10%) è della massima importanza che ogni persona sia appropriatamente istruita e formata nelle basi concettuali della disciplina scientifica che rende possibile la costruzione di tali macchine.

Solo così l’umanità potrà continuare a dirigere e governare il proprio futuro.

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Ripreso dal capitolo "Informatica: dal coding al computational thinking", dello stesso autore, pubblicato nel libro "Per un'idea di scuola", della casa editrice Lisciani Scuola, in corso di pubblicazione.

lunedì 25 febbraio 2019

Informatica e coding: facciamo chiarezza

È risaputo che per far presa sulle persone bisogna comunicare usando messaggi semplici. Tuttavia ciò che è semplice non sempre fornisce una chiave di lettura adeguata per la realtà. Un esempio attuale è quello relativo al coding, la programmazione informatica, di cui si sente parlare sempre più frequentemente. Nella sfera mediatica molti parlano dell’importanza di insegnarlo a tutti gli studenti, descrivendolo come il linguaggio indispensabile per operare nella società digitale: «il coding è il nuovo inglese». Messaggio certamente semplice, ma che rispetto agli obiettivi da conseguire è inadeguato e fuorviante.

È inadeguato perché dovrebbe riferirsi all'apprendimento dell'informatica e non del solo coding, cioè della programmazione informatica, che è la parte più immediata e operativa. Ed è per questo fuorviante, perché se preso alla lettera, senza collocarlo nel giusto scenario, rischia di creare i nuovi proletari del futuro.

Entrerò adesso nel dettaglio della mia osservazione critica, che non vuole affatto svilire il coding ma inserirlo in una corretta prospettiva.

L'informatica è la disciplina scientifica che spiega i meccanismi base del funzionamento e della costruzione di quelle macchine digitali che sono ormai parte integrante della nostra vita. Come ben noto in qualunque settore tecnologico, la realizzazione di un macchinario, tranne il caso di dispositivi semplici o sia all’opera un creatore geniale, non avviene semplicemente cominciando a mettere insieme dei pezzi. L'esperienza di secoli ha mostrato che è necessario conoscere le basi scientifiche del dominio in cui si vuole creare la macchina, poi sapere come elaborare un progetto ingegneristico che porti alla specifica delle caratteristiche di ciò che si vuole ottenere ed alla definizione di come può essere fabbricato; infine, si passa alla realizzazione. Non c’è proprio altra strada poi, se si vuole industrializzare questo processo produttivo e renderlo ripetibile e di qualità garantita.

Parlare solo di coding è come dare scatoloni di sbarre, bulloni e piastre di ferro a qualcuno e poi dirgli di costruire qualcosa. Finché questo "qualcosa" è piccolo e semplice non ci sono problemi, ma se si vuole edificare un vero ponte serve qualcosa di più che la semplice abilità nel mettere insieme i pezzi.

Con la programmazione informatica, cioè il coding, si hanno a disposizione gli equivalenti digitali di sbarre, bulloni e piastre di ferro e non ci sono problemi nel costruire cose piccole e semplici. Anzi, è molto più facile che per ogni altra macchina, sia perché questi componenti di base sono immateriali, non pesano e non sono ingombranti, sia perché c'è a disposizione un gran numero di componenti anche abbastanza sofisticati che possono essere combinati senza sforzo. Negli ambienti moderni di coding, qualunque bambino può - ad esempio - realizzare applicazioni che adesso sono semplici ma che cinquant'anni fa erano alla portata solo di centri di avanguardia tipo la NASA: gli astronauti sono sbarcati sulla luna usando un sistema informatico di complessità inferiore a quelli che ci sono negli oggetti “smart” intorno a noi oggi. Nessun bambino, invece, può fabbricare da solo una Torre Eiffel, neanche oggi, pur avendo a disposizione tutte le sbarre, bulloni e piastre che vuole.

Vediamo adesso perché il semplice messaggio iniziale è fuorviante.

Perché da sempre, nella storia dell’umanità, il livello operativo della forza lavoro è stato quello più debole nei contrasti sociali e soggetto all’evoluzione tecnologica. Negli ultimi secoli, successivamente alla transizione da una società agricola ad una industriale, si è capito che l’istruzione è fondamentale per consentire a tutti una vita lavorativa soddisfacente nel tempo. Ed in effetti negli ultimi decenni, in tutti i Paesi avanzati, si insiste su durata e qualità della formazione scolastica e universitaria. Nell’Italia degli anni ’50 e ’60 i figli delle classi meno abbienti sono stati portati a studiare e laurearsi proprio in quest’ottica, che rimane quella corretta per la crescita sociale ed economica.

Siamo adesso nella fase di transizione da società industriale a società digitale. Le nuove macchine sono ben più sofisticate di quelle industriali, sono “macchine cognitive”, ma i problemi di base del lavoro rimangono. Anzi, con l’accelerazione del progresso tecnologico stanno già emergendo. La sofisticazione di quelle tecniche informatiche che vanno generalmente sotto il nome di “Intelligenza Artificiale” già rende possibile la produzione automatica di programmi informatici. Per ora questo accade in domìni ancora limitati in misura molto ridotta. Ma è una tendenza inarrestabile. È chiaro quindi che indicare solo il coding come obiettivo dell’istruzione in materia di competenze digitali rischia di mettere su una cattiva strada chi non conosce questi scenari. Senza fornire ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi ad essere espulsi dal mercato del lavoro.

In quadro in cui questa visione strategica sia chiara si può benissimo parlare del coding, perché dopo tutto scrivere programmi informatici è un’attività fondamentale per imparare l’informatica. Così come saper fare le operazioni aritmetiche o calcolare l’area di figure geometriche sono passi fondamentali dell’apprendimento della matematica. Va quindi benissimo “fare coding”, soprattutto poi se questo aiuta ad avvicinare ragazze e ragazzi ad una materia che può dar loro molte soddisfazioni. Ma facciamo attenzione a come viene comunicato il messaggio!

È fondamentale insistere sull’importanza di una seria formazione scientifica sull’informatica fin dai primi anni di scuola. È la strada su cui diversi paesi avanzati si sono già avviati (p.es., USA, Regno Unito, Israele) e sulla quale la nostra comunità universitaria dell’informatica ha presentato al Ministero dell’Istruzione una proposta organica. Speriamo che il governo del cambiamento sia in grado di cogliere questa opportunità.

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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" l'20 febbraio 2019.

mercoledì 5 dicembre 2018

Sicurezza informatica: questa sconosciuta

di Enrico Nardelli

Ha fatto scalpore la notizia del ministro della sicurezza informatica giapponese che ha recentemente ammesso di non aver mai usato un computer. Ma sinceramente mi preoccupa di più il fatto che nella pubblica amministrazione italiana – come ha dimostrato l’indagine della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal collega Paolo Coppola, prestato nella scorsa legislatura alla politica – in moltissimi ministeri ed organi della PA centrale sia scandalosamente assente la consapevolezza del ruolo dell’informatica come strumento di controllo e di supporto al governo dell’organizzazione (“pensare al digitale come qualcosa di relativo all’acquisto di tecnologia, funzionale e secondario alle decisioni strategiche”, stigmatizzava la relazione come l'atteggiamento dominante nella PA italiana).

Tornando al caso specifico, penso che i ministri debbano soprattutto essere dei politici e non dei tecnici. Il ministro della Sanità non deve necessariamente essere un medico, né quello dei lavori pubblici un ingegnere, o quello della giustizia un avvocato o un giudice. Certamente la conoscenza tecnica del settore potrebbe aiutare, ma considerare un ministro come il massimo riferimento tecnico del suo settore fa perdere di vista l’impatto sociale delle decisioni del suo ministero. Vi possono essere molte soluzioni tecniche per affrontare uno stesso scenario sociale: nessuna è quasi mai la soluzione ottimale sotto ogni punto di vista, perché queste scelte impattano sulla società, nella quale ci sono classi tra loro in conflitto.

Compito squisitamente politico di un ministro è trovare la sintesi tra queste differenti esigenze, nell’interesse generale dello Stato e dei cittadini. Tale sintesi non può mai essere condotta soltanto sulla base di elementi tecnici, che ovviamente devono essere tenuti presenti ma non possono essere i soli a determinare la decisione finale, proprio perché non si tratta di una scelta tecnica. La soluzione dei conflitti sociali è compito della politica: quando essa abdica a favore della tecnica, la democrazia viene pugnalata alle spalle.

Insomma, il ministro giapponese della sicurezza informatica non conosce la tecnologia digitale, però – se è un persona che ha avuto responsabilità di organizzazioni nel governo – saprà ben comprendere le problematiche della sicurezza informatica. Perché in fin dei conti, al di là del fatto che avvengano in un contesto tecnicamente molto sofisticato, queste sono soprattutto problematiche legate al fattore umano e il loro elemento critico è sempre l’uomo.

Sempre di più nella società digitale il flusso dei dati è la linfa vitale di ogni organizzazione, fattore essenziale per l’efficienza e l’efficacia di ogni attività. Lo è sempre stato, come sanno tutte le persone con responsabilità strategiche o direttive sia nel pubblico che nel privato, ma nella società digitale – come gli ultimi scandali legati a trattamenti troppo “distratti” dei dati hanno provato in modo eclatante – è diventato il nuovo “oro nero”. Invece, non comprendere questo ruolo fondamentale dei dati e delle informazioni per la vita di ogni organizzazione, come il loro trattamento automatico attraverso l’approccio rivoluzionario reso possibile dall’informatica sia l’elemento essenziale per determinare il successo o il fallimento di un’organizzazione, è un problema di cui sono molto preoccupato.

I partiti dovrebbero capire che i sistemi informatici introdotti in modo sinergico con la realtà organizzativa e i suoi processi decisionali sono la chiave per realizzare una pubblica amministrazione efficiente ed efficace. Quando sono al governo, questi aspetti dovrebbero esser parte essenziale del loro programma e della loro agenda, e per l’opposizione dovrebbero essere elemento di critica continua e implacabile.

Purtroppo la rivoluzione dell’informatica, diversamente dalla rivoluzione industriale, è avvenuta nel giro di una stessa generazione. Ricordate il 1993? Nella vita dell’uomo della strada non c’erano i social, nelle aziende si iniziava a usare la posta elettronica, giornali e televisioni erano ancora i signori incontrastati dei media. Venticinque anni dopo queste situazioni sono completamente cambiate, mentre l’essere umano è sempre lo stesso, non ha organi di senso per essere direttamente in contatto col mondo digitale in cui si trova però improvvisamente immerso fino al collo.

A questa mancanza si può rimediare solo con un’educazione capillare sull’informatica, la scienza che ha reso possibile la società digitale: che venga attuata verso tutti i cittadini e che inizi per le nuove generazioni sin dai primi anni di scuola, perché ne va di mezzo il futuro della democrazia. Dovrebbe essere un tema condiviso tra maggioranza e opposizione, perché gli studenti di oggi sono il nostro futuro. Il governo del cambiamento sarà in grado di fare la differenza?

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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" l'11 novembre 2018.

venerdì 28 settembre 2018

Coding o informatica: questo è il problema

di Enrico Nardelli

All'inizio di quest'anno la Commissione Europea ha lanciato un ambizioso piano d'azione per l'istruzione digitale. Partendo dalla giustissima premessa che “istruzione e formazione sono i migliori investimenti nel futuro dell'Europa” propone, per adeguare la formazione all'era digitale, di intervenire lungo tre linee di azione:
  1. migliorare l'utilizzo della tecnologia digitale per l'insegnamento e l'apprendimento;
  2. sviluppare le competenze e le capacità digitali pertinenti ai fini della trasformazione digitale;
  3. migliorare l'istruzione mediante un'analisi dei dati e una previsione migliori.

Nulla da dire sulla prima linea: è noto che un uso ben calibrato delle tecnologie digitali può migliorare sia l'insegnamento che l'apprendimento. Certo, le difficoltà sono tutte nella buona calibrazione, ma confido che la nuova direzione politica del MIUR e l'esperienza della nostra classe docente (tra le migliori al mondo) saranno in grado di indicare e trovare le giuste soluzioni.

Anche la terza è estremamente valida: viviamo nell'era dei dati, che raccogliamo a tutti i livelli. Se ben analizzati ci possono dire molto sulla situazione attuale, ad un livello di granularità mai raggiunto prima. Anche qui il diavolo è nelle minuzie realizzative: da un lato la garanzia di privacy verso le persone, dall'altro la consapevolezza che tra ciò che misuro e la realtà c'è una distanza che non va mai dimenticata. I generali che hanno confuso la mappa con il territorio non hanno mai brillato nelle campagne militari.

Vorrei spendere qualche parola sulla seconda linea, perché per la sua attuazione, oltre a misure di accompagnamento relative alla sensibilizzazione, comunicazione e riduzione del divario di genere (tutte importantissime!) l'azione concreta che viene proposta è quella di “introdurre classi di programmazione in tutte le scuole". Qui con “programmazione” si intende “programmazione informatica", ovvero ciò che gli inglesi chiamano coding, termine che ormai anche in Italia gode di una certa notorietà. Ho già scritto (qui e qui) sul perché non ritengo saggio usare il termine inglese, ma nel resto di quest'articolo lo userò per brevità espositiva.

La mia tesi di fondo è che questa impostazione della Commissione Europea, centrata sull'insegnamento del coding invece che sull'insegnamento dell'informatica è riduttiva. Confronto l'insegnamento del coding con quello dell'informatica perché insegnare il coding vuol dire, per fare un paragone con l'ingegneria, insegnare a costruire un ponte, mentre insegnare l'informatica vuol dire insegnare a progettare e costruire il ponte.

Progettare significa operare in uno spazio di necessità e di vincoli e “creare” la soluzione, inventare la sintesi tra esigenze contrastanti. Questo richiede un bagaglio di conoscenze che non possono essere quelle soltanto finalizzate a costruire. Essendo un ingegnere di formazione, so bene di cosa parlo. Due anni del mio percorso universitario li ho passati nello studio di matematica, fisica e chimica ed altre materie fondazionali, che non avevano nessuna diretta applicazione alla costruzione di un qualunque manufatto complesso. Un medico o un avvocato potranno sicuramente confermare che la differenza tra l'operatore ed il progettista è tutta nella larghezza e profondità della sua formazione di base.

Costruire significa seguire un piano più o meno definito che qualcun altro ha creato. Non è richiesto di sapere molto al di là di questo, perché ci pensa (o ci ha pensato o ci penserà) qualcun altro. Parlare solo di “insegnare il coding” è quindi un approccio riduttivo, perché ci si focalizza solo sulla parte finale ed operativa di tutto un processo progettuale molto più complesso. Significa addestrare una manovalanza tecnicamente sofisticata, ma che sarà comunque una classe operaia sottoposta alle direttive di chi decide cosa costruire, per chi farlo e quando.

Noto di passaggio (perché entreremmo in una sfera politica e sociale che va certamente considerata, ma non in questa sede) che la storia (ora più che mai magistra vitae) ha evidenziato come i livelli base della manovalanza sono i primi che vengono sostituiti dalle macchine. Se vogliamo quindi che i nostri giovani acquisiscano competenze utili per tutto l'arco della loro vita lavorativa, è bene formarli a competenze da progettisti e non solo da esecutori.

Non nego che la programmazione possa essere un’attività altamente creativa, ma se parliamo di istruzione di massa e se insegniamo solo a programmare, senza educare i ragazzi su tutti gli altri aspetti che rendono l’informatica quella disciplina articolata e profonda che è, allora rischiamo davvero di formare solo un esercito di operai, che sarà facilmente messo fuori gioco dall’avanzamento della tecnologia o di un “esercito industriale di riserva”.

Per far sì che ragazzi e ragazze abbiano possibilità di scegliere una strada per loro soddisfacente nella società digitale, in un contesto lavorativo in continua evoluzione, vanno loro esposte da subito le idee scientifiche alla base del digitale, in modo che ne capiscano la valenza complessiva.

Si potrà obiettare che vi sono molti esempi di start-up di successo nate da idee di ragazzini che certamente non avevano svolto regolari studi da informatici. Ma, se si guardano i numeri complessivi, questi sono soltanto le eccezioni che confermano la regola. Prima di tutto, se chi ha creato Facebook non era certamente laureato in informatica, Google è nato dalle idee di due dottorandi in informatica di Stanford (una delle cattedrali della ricerca informatica). Inoltre, per ogni start-up che ce la fa, ce ne sono almeno mille che vanno a spasso, e quindi a livello macro-economico, cioè per far crescere un Paese, puntare tutto sulle start-up non rappresenta una scelta sensata (anche questo è un discorso di politica dello sviluppo da affrontare).

Analogamente, si tende spesso a considerare come tipico ciò che invece è un’eccezione. Per la programmazione, si citano geni come Linus Torvalds (creatore di Linux) o Guido van Rossum (creatore di Python) che hanno realizzato da soli dei veri e propri capolavori. Prima di tutto la genialità è qualità estremamente rara e ciò che va bene per un genio non può essere usato come metodo didattico per l'istruzione di massa. Secondo, anche chi è geniale progetta: lo fa nella sua testa, e molto velocemente, mentre sviluppa, ma è una fase comunque presente. Terzo, è ovvio che ogni progetto, nel momento in cui viene espresso ha bisogno di un linguaggio per la sua espressione, che rappresenta la “codifica” del progetto. Ma questo non implica che il termine più appropriato per chi progetta sia “coder” o che nel termine “coding” rientri tutta l’area della progettazione e sviluppo del software.

Attenzione, l’inserimento della formazione informatica nella scuola è importante per la formazione di ogni cittadino, anche se deciderà di fare il medico o l’avvocato, il musicista o lo scrittore. La società digitale è qui: non insegnare nella scuola la scienza alla base dei suoi meccanismi sarebbe come insegnare che i bambini nascono sotto i cavoli, la peste è trasmessa dagli untori e le pietre si muovono per horror vacui.

Ciò che fa grande un Paese sul lungo periodo non sono le eccellenze, ma la qualità della formazione di massa. Lo sviluppo digitale dell'Europa richiede l'insegnamento dell'Informatica nella scuola, a partire dalla primaria. Questa è la strada che hanno iniziato a seguire nel Regno Unito, queste sono le tendenze in molti paesi avanzati, sia ad oriente che ad occidente, questo è quello che abbiamo proposto come associazioni europee di Informatici.

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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" il "17 settembre 2018".