martedì 26 febbraio 2019

Informatica: la terza rivoluzione "dei rapporti di potere"


L’informatica costituisce una vera e propria rivoluzione per l’umanità, che io chiamo la “terza rivoluzione dei rapporti di potere”.

Le prime due sono state quella della stampa e quella industriale.

L'invenzione nel quindicesimo secolo della stampa a caratteri mobili ha provocato una rivoluzione nella società sia di tipo tecnico, perché ha reso possibile produrre testi in modo più veloce e più economico, sia di tipo sociale, perché ha reso possibile una più diffusa circolazione della conoscenza. In ultima analisi, ciò che è accaduto è stata la prima rivoluzione nei rapporti di potere: l’autorità non era più legata alla parola, al dover essere in un certo luogo in un certo momento per poter sapere ed apprendere dalla viva voce del maestro. La conoscenza rimane sempre un potere, ma questo potere non è più confinato alle persone che lo posseggono o a coloro che possono essere vicine ad esse nel tempo e nello spazio. La replicabilità del testo ha implicato la replicabilità della conoscenza in esso contenuta a distanza di tempo e di spazio. Tutti coloro che sapevano leggere potevano avere adesso accesso alla conoscenza. Questo ha messo in moto cambiamenti sociali epocali: la diffusione della conoscenza scientifica, giuridica e letteraria hanno dato un enorme impulso all’evoluzione della società, che è diventata sempre più democratica.

Nel giro di due secoli e mezzo, quasi ottocento milioni di libri stampati in Europa hanno messo in moto un irreversibile processo di evoluzione sociale. La conoscenza scientifica, rivoluzionata dal metodo galileiano, proprio grazie alla stampa si diffonde in tutta l’Europa e costituisce uno dei fattori abilitanti della successiva rivoluzione, quella industriale, che io individuo come la seconda rivoluzione nei rapporti di potere.

Questa, avviatasi nel Settecento è stata altrettanto dirompente: la disponibilità di macchine ha in questo caso reso replicabile il lavoro fisico delle persone. Le braccia umane non sono più necessarie perché la macchina opera al loro posto. Si ottiene una rivoluzione tecnica, perché si replicano più velocemente i manufatti. Le macchine possono produrre giorno e notte senza stancarsi, possono addirittura produrre altre macchine, amplificano e potenziano le capacità fisiche degli esseri umani. Si ottiene una rivoluzione sociale: si abbattono limitazioni fisiche al movimento e all'azione. Una singola persona può spostare enormi montagne di terra con una ruspa, spostarsi velocemente con un’automobile, parlare con chiunque nel mondo con un telefono. L'evoluzione ed il progresso della società umana vengono quindi ulteriormente accelerati grazie alla possibilità di produrre oggetti fisici più velocemente e più efficacemente, per non parlare delle conseguenze in termini di trasporto di persone e cose. Il potere che viene messo in discussione in questo caso è quello della natura: l’umanità assoggetta la natura e ne supera i limiti. Si possono attraversare velocemente i mari, solcare i cieli, imbrigliare acqua e fuoco, spostare montagne.

La rivoluzione della stampa aveva dato una marcia in più all'umanità sul piano immateriale dell’informazione, la rivoluzione industriale ha fatto altrettanto per la sfera materiale. Il mondo si popola di "artefatti fisici" (cioè macchine) che iniziano ad incidere in modo esteso ed approfondito sulla natura del pianeta.

Poi, a metà del Novecento, dopo circa ottocento miliardi di macchine, si avvia lentamente la terza rivoluzione nei rapporti di potere, quella dell’informatica.

All’inizio sembra essere niente altro che una variante evoluta dell’automazione prodotta dalla rivoluzione industriale, ma dopo qualche decennio si comincia a capire che è molto di più di questo, perché incide sul piano cognitivo e non su quello fisico. Non si tratta più di replicare la conoscenza statica dei libri e la forza fisica di persone e animali, ma quella “conoscenza in azione” che è il vero motore dello sviluppo e del progresso.

Col termine “conoscenza in azione” intendo quel sapere che non è soltanto una rappresentazione statica di fatti e relazioni ma un processo dinamico e interattivo di elaborazione e di scambio dati tra soggetto e realtà. Grazie alla rivoluzione informatica, questa “conoscenza in azione” (“actionable knowledge”, direbbero in inglese, cioè conoscenza pronta ad essere messa in azione) viene riprodotta e diffusa sotto forma di programmi software, che possono poi essere adattati, combinati e modificati a seconda di specifiche esigenze locali. È cambiata la natura degli artefatti, delle macchine, che produciamo. Non sono più artefatti fisici, sono “artefatti cognitivi dinamici” (o macchine della conoscenza o macchine cognitive), azione congelata che viene sbloccata dalla sua esecuzione in un computer e genera conoscenza come risultato di tale esecuzione. La conoscenza statica dei libri diventa conoscenza dinamica nei programmi. Conoscenza in grado di produrre automaticamente, senza l’intervento umano, nuova conoscenza. Abbiamo una rivoluzione tecnica, cioè l’elaborazione più veloce dei dati, ma anche una rivoluzione sociale, cioè la generazione di nuova conoscenza. Il potere che viene scardinato, in questo caso, è quello dell’intelligenza umana. Certe attività cognitive non sono più dominio esclusivo dell’umanità: lo vediamo in tutta una serie di giochi da scacchiera (dama, scacchi, go, …) un tempo unità di misura per l’intelligenza e nei quali ormai il computer batte regolarmente i campioni del mondo. Lo vediamo in tutta una serie di attività lavorative un tempo appannaggio esclusivo delle persone e nelle quali sono ormai abitualmente utilizzati i cosiddetti “bot”, sistemi informatici basati su tecniche di apprendimento e deduzione automatica (“machine learning” e “artificial intelligence”).

Ci sono però due caratteristiche distintive di queste “macchine cognitive” che le rendono differenti dal modo di operare dell’essere umano: la flessibilità e l’adattabilità. Le persone sono intrinsecamente in grado di apprendere ciò che non sanno (mentre le macchine della conoscenza possono apprendere solo ciò per cui sono state progettate) ed hanno imparato, attraverso milioni di anni di evoluzione, ad adattarsi flessibilmente a cambiamenti imprevisti nell’ambiente (mentre le macchine cognitive possono – ancora una volta – adattarsi solo ai cambiamenti previsti).

Pertanto, mentre questi artefatti cognitivi dinamici basati sull’intelligenza artificiali sono certamente utili al progresso della società umana, e si diffonderanno sempre di più mentre le persone cambieranno il tipo di lavoro che fanno (come d’altro canto è accaduto in passato: nell’Ottocento più del 90% della forza-lavoro era impiegata nell’agricoltura, adesso è meno del 10%) è della massima importanza che ogni persona sia appropriatamente istruita e formata nelle basi concettuali della disciplina scientifica che rende possibile la costruzione di tali macchine.

Solo così l’umanità potrà continuare a dirigere e governare il proprio futuro.

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Ripreso dal capitolo "Informatica: dal coding al computational thinking", dello stesso autore, pubblicato nel libro "Per un'idea di scuola", della casa editrice Lisciani Scuola, in corso di pubblicazione.

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