martedì 12 dicembre 2017

MIUR chiama, CINI risponde: ma non chiamatelo coding!

di Enrico Nardelli

Poco tempo fa la ministra dell'Istruzione, Valeria Fedeli, ha dichiarato che dal 2018 il coding (cioè la programmazione informatica) verrà introdotto nelle scuole primarie.

Sull'importanza di educare i bambini fin da piccoli al "digitale" c'è vasta attenzione sui media e nella pubblica opinione, ma anche molta confusione. Da un lato ci si fa affascinare dal termine inglese (ne ho scritto recentemente) come se promettesse chissà quale mirabolante competenza ai nostri figli, dall'altro non si distingue tra gli aspetti scientifici, duraturi e formativi, e quelli tecnologici-strumentali, interessanti ma temporanei. Ne ho discusso nella versione iniziale di questo post, il cui titolo – deciso dalla redazione – ha probabilmente fuorviato il lettore. Mentre infatti l’intento era di mettere in rilievo l’importanza di insegnare l’informatica (e non soltanto la programmazione informatica), e chiamandola col suo nome e non con l’inglesismo di moda, il risultato è stato l’opposto. Diversi lettori hanno infatti contestato la necessità di insegnare a bambini e ragazzi un’abilità tipicamente lavorativa. Ritorno nel seguito su questo aspetto.

Proprio per la confusione un po’ dilagante in materia di insegnamento delle competenze digitali, avevamo già da tempo iniziato a ragionare come CINI (il consorzio delle più di 40 università che fanno ricerca e didattica in informatica) su come inserire la formazione informatica nella scuola italiana. Si tratta di un aspetto su cui alcuni paesi, per esempio UK, USA, Francia, Germania sono già in fase realizzativa. Nel nostro paese, il CINI sta portando avanti (questo è il quarto anno) il progetto Programma il Futuro, che finora ha complessivamente avvicinato quasi 3 milioni di studenti ad una formazione informatica "seria" (che chiamiamo pensiero computazionale per evitare l’equivoco in cui moltissimi incorrono che insegnare l’informatica significhi insegnare l’uso degli strumenti digitali).

In un recente convegno presso la Camera dei Deputati, organizzato con l'Intergruppo Innovazione, un gruppo bipartisan di deputati e senatori che hanno a cuore lo sviluppo del Paese al di là degli steccati ideologici, abbiamo reso pubblica la proposta della nostra comunità (più di 1500 tra professori e ricercatori in informatica e ingegneria informatica) alla presenza del MIUR. Si tratta di un documento articolato e frutto di una lunga fase di consultazione, che ha coinvolto non soltanto la nostra comunità, ma anche pedagogisti e docenti da tempo impegnati nell'insegnamento dell'informatica nella scuola.

Il documento è stato discusso durante il convegno con pedagogisti e filosofi, nonché con rappresentanti del mondo imprenditoriale, dal momento che la formazione informatica ha un impatto sia culturale che professionale.  Invito a rivedere il video dell'evento per cogliere la multidisciplinarietà degli interventi, tutti di eccellente livello.

Prima della discussione della proposta ho presentato un recente rapporto sullo stato dell’insegnamento dell’informatica nelle scuole europee, preparato dalle due principali associazioni di informatici europei: Informatics Europe (che raggruppa dipartimenti universitari e centri di ricerca aziendali) e ACM Europe Council (Consiglio Direttivo della sezione europea dell'ACM, la maggiore associazione mondiale di professionisti e studiosi).

La sua prima e più importante raccomandazione  è che tutti gli studenti devono avere accesso curriculare nella scuola alla formazione in Informatica (iniziando preferibilmente alla primaria), dal momento che questa disciplina scientifica deve far parte del bagaglio culturale di ogni cittadino della società digitale. La seconda è che, a questo scopo, è necessario formare adeguatamente gli insegnanti, ovviamente in modo diverso per i diversi ordini di scuola. Se ne riparlerà il 15 marzo 2018 a Bruxelles con la Commissione Europea.

Ritorno adesso a discutere brevemente cosa vuol dire insegnare informatica nella scuola e perché sia importante. Potete trovare una trattazione più estesa in questo articolo apparso sulla rivista Mondo Digitale dell’AICA. Prima di tutto chiariamo che NON vuol dire insegnare la programmazione. Non più di quanto insegnare la matematica voglia dire insegnare a fare i conti. Prendiamo le scuole elementari in cui si inizia a studiare matematica imparando la tavola pitagorica: il fine non è tanto sapere a memoria che 3x2=6 o 12:4=3, quanto capire che se 3 bambine hanno 2 caramelle ciascuna il numero totale di caramelle si ottiene con la moltiplicazione, mentre se 12 biscotti devono essere distribuiti a 4 bambine il numero di biscotti per bambina si ottiene con la divisione. Non stiamo quindi tanto insegnando uno strumento operativo, quanto una chiave di comprensione della realtà (“il pensiero matematico”).

L’informatica è una disciplina che, come altre scienze, ha il suo particolare punto di vista sul mondo, il suo “paradigma concettuale” in base al quale descrive e spiega i fenomeni. Tale particolare “punto di vista” è quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”. Quindi, giusto per fare alcuni esempi, così come sono concetti essenziali per un matematico la quantità e le loro relazioni o per un chimico le molecole e le reazioni, così sono concetti essenziali per un informatico quelli di algoritmo, linguaggio, automa, e così via.

Non è mai inutile sottolineare che ognuno dei grandi paradigmi scientifici (scienze umane e sociali, scienze della vita, scienze fisiche) può essere usato per descrivere la stessa realtà, ed a seconda dei casi e dei contesti uno di essi può essere quello più utile per la comprensione e la spiegazione oppure può esserlo la loro combinazione. L’informatica aggiunge un quarto grande paradigma, quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”, che permette di aggiungere nuovi e utili modi per spiegare quanto accade in molti ambiti, dalla biologia all’economia, dalle relazioni sociali alla medicina.

Informatica non è quindi solo programmazione: questa è usare un linguaggio per dare istruzioni ad un computer. Serve capire com’è fatta questa macchina (l’automa) che deve comprendere la nostre istruzioni. Serve anche capire in che modo esprimere queste istruzioni (il linguaggio di programmazione). Serve sapere come elaborare algoritmi in grado di esprimere efficacemente queste istruzioni. La nostra proposta indica uno scenario completo per l’inserimento dell’insegnamento di questa disciplina nella scuola italiana.

Ritorniamo adesso a parlare dell’evento presso la Camera dei Deputati in cui si è discusso dell’importanza dell’informatica sia nella scuola che nel mondo del lavoro.

Alcune istantanee della prima tavola rotonda sulla proposta CINI: si è evidenziato come l'informatica conduca a costruire strumenti che cambiano la percezione della realtà (Simone Martini), richiamato l'importanza di insegnare informatica senza che poi l'uso degli strumenti conduca a perdere la dimensione del "noi" e della "realtà" (Italo Fiorin), ricordato che apprendere strumenti che rendono facili le cose senza faticare per apprendere il come e il perché essi funzionino sia solo un'illusione di formazione (Giovanni Salmeri).

Nella seconda, si è da un lato ricordata ed apprezzata l’azione legislativa di supporto allo sviluppo digitale delle imprese italiane, e dall’altro convenuto di avviare un tavolo di confronto tra università e imprese affinché, nel rispetto del diverso orizzonte temporale con cui esse operano, si definiscano soluzioni formative che preparino ad essere attivi professionalmente per tutta la vita lavorativa e, al tempo stesso, aiutino rapidamente le aziende in questa epocale trasformazione sociale.

Ricordo sempre che l’automazione produttiva derivante dall’informatica (la cosiddetta “impresa digitale”) è radicalmente diversa dalla tradizionale automazione industriale. Quest’ultima è stata essenzialmente la sostituzione dell’azione fisica delle persone con la forza delle macchine, sotto la guida delle facoltà cognitive delle persone. L’automazione digitale è invece la sostituzione delle capacità cognitive dell’uomo con una macchina, che però non sarà mai intelligente come un essere umano, anche se elabora dati molto più velocemente.

È un problema culturale: se non si capisce quanto profondamente questo è vero, nessuna innovazione digitale produrrà davvero gli effetti sperati.

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Versione originale pubblicata sul "Il Fatto Quotidiano" il 20 dicembre 2017

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